Gianluca Callegaro morto a 28 anni, il papà: “Si è infilato il casco e ci ha salutati dicendo che andava dalla fidanzata”
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Redazione Interno
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L’ultima immagine che Marco Callegaro ha di suo figlio è quella di un gesto quotidiano, di quelli che si ripetono senza pensarci, nella rassicurante monotonia delle sere in famiglia. Gianluca, per tutti Giangi, ha infilato il casco, ha acceso la moto – quella rossa Honda Cbr 650 che si era regalato a settembre per il ventottesimo compleanno – e si è voltato per un attimo. “Ciao, io vado, ci vediamo domani”, ha detto, prima di uscire di casa a Barbariga di Vigonza. Il padre lo ha salutato dalla porta, come faceva sempre, senza sapere che quel “domani”, per suo figlio, non sarebbe mai arrivato. Poche ore dopo, in quella stessa serata di venerdì 20 febbraio, il telefono ha squillato: dall’altra parte c’erano i carabinieri di Mirano, chiamati a dire con poche parole, crude e nette, che Gianluca non c’era più. Il ragazzo stava andando dalla fidanzata Beatrice, che lo aspettava a Mirano, quando la strada gli si è parata davanti sotto forma di un incrocio fatale.
Lo schianto è avvenuto poco dopo le 21 in via Cavin di Sala, nel tratto che costeggia l’area commerciale dell’Emisfero, un punto che chi abita in zona conosce bene per la pericolosità delle sue immissioni. Secondo una prima ricostruzione affidata ai carabinieri, Gianluca viaggiava in direzione del centro di Mirano, probabilmente a velocità sostenuta – come molti testimoni hanno riferito – quando all’altezza di via Galilei una Citroën C4 guidata da un pensionato di 68 anni, molto conosciuto in paese per il suo ruolo di nonno vigile, stava uscendo dal parcheggio per immettersi sulla strada principale. L’auto che precedeva la moto di Gianluca avrebbe rallentato per dare la precedenza alla Citroën, e in quel frangente la Honda del ventottenne, forse senza più tempo per frenare, l’ha centrata in pieno. L’impatto è stato talmente violento che il di Giangi è finito dentro l’abitacolo dell’auto, sfondando la portiera, per poi essere sbalzato sull’asfalto. Il boato, hanno raccontato i residenti, si è sentito a centinaia di metri di distanza.
Sul posto sono accorsi in tanti: i vigili del fuoco di Mira e i volontari di Mirano hanno lavorato a lungo per estrarre il conducente della Citroën, rimasto incastrato tra le lamiere e poi trasportato in ospedale con ferite serie ma non in pericolo di vita. Per Gianluca, invece, non c’è stato nulla da fare: il medico del Suem 118, giunto con l’elisoccorso fatto atterrare sulla via, non ha potuto che constatare il decesso. La strada è rimasta chiusa per ore, fino a tarda notte, mentre i carabinieri eseguivano i rilievi e una cinquantina di persone si radunava ai lati, attirata dal fragore e dalle sirene. Tra loro, qualcuno ha riconosciuto la moto distrutta: era quella di Giangi. Altri, gli amici che lo aspettavano per cena, hanno capito in quel momento che quel ritardo non sarebbe stato spiegato con una scusa o un contrattempo. Il cellulare di Gianluca, ha detto il sindaco Tiziano Baggio arrivato sul luogo, squillava a vuoto sull’asfalto mentre ormai lui non poteva più rispondere.
La dinamica al vaglio e il dolore di chi resta
Le indagini dei carabinieri, coordinate dalla stazione di Mirano, stora ora cercando di mettere ordine nei frammenti di una sera che si è portata via un ragazzo solare, sempre col sorriso, come lo ricordano gli amici. Gianluca lavorava alla EuroScavi di Cazzago, aveva una passione smisurata per le due ruote e una cerchia affettuosa di persone intorno: la madre Stefania Bugin, infermiera, il padre Marco e il fratello minore Andrea. La moto se l’era comprata da pochi mesi, con l’orgoglio di chi mette la foto del proprio mezzo sul profilo Facebook, e gli amici, scherzando ma non troppo, dicevano di aver paura che si facesse male. Una paura che purtroppo si è avverata, come racconta Tomas, il migliore amico cresciuto con lui sui banchi di scuola: “Era stanchissimo quella sera, era stato con noi fino alle 20. Gli piaceva divertirsi, e quella moto era la sua gioia”. Ora in via Ariosto a Barbariga, dove la famiglia vive, è un continuo viavai di parenti e conoscenti, un silenzio rotto solo dagli abbracci, mentre si cerca di dare un senso a un “ci vediamo domani” che non troverà compimento.
Un incrocio maledetto e la velocità come spettro
Sulla dinamica esatta, gli inquirenti mantengono aperte tutte le ipotesi, ma un dato emerge con chiarezza dalle parole di chi abita e amministra quei luoghi: via Cavin di Sala è una strada che non perdona. Il sindaco Baggio, visibilmente scosso, ha sottolineato come nonostante il limite dei cinquanta all’ora, la velocità media tenuta dai veicoli sia spesso superiore, e in un rettilineo costellato di intersezioni e accessi ai centri commerciali, il rischio si moltiplica. Non è la prima volta che quel tratto di asfalto viene bagnato dal sangue: a soli cinquecento metri di distanza, lo scorso 16 luglio, un altro giovane, Giammarco Valerio di appena diciotto anni, perse la vita in circostanze simili. Una coincidenza che pesa come un macigno sulla coscienza di una comunità che ora chiede interventi, mentre il sessantottenne alla guida della Citroën, ancora sotto choc, cerca di elaborare una frazione di secondo che gli ha cambiato la vita per sempre.




