Ceuta, la crisi migratoria che trasforma i morti in numeri e la città in un campo di tensioni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Ceuta, l'exclave spagnola affacciata sul Marocco, si trova a fare i conti con una delle crisi migratorie più drammatiche e complesse degli ultimi anni. Quella che doveva essere, nelle intenzioni di chi la amministra, una città simbolo di convivenza tra culture e religioni, si è trasformata in un luogo di profonda tensione, dove la realtà supera la fantasia e dove il confine tra l'umano e l'anonimo si fa ogni giorno più sottile. A fine luglio, un flusso massiccio di persone, stimato tra le 50.000 e le 72.000 unità, ha travolto le maglie di un confine che già di per sé rappresenta un paradosso geopolitico: un lembo di terra europea in terra africana, amministrato dalla Spagna ma rivendicato dal Marocco, con quest'ultimo chiamato a sorvegliare una frontiera che politicamente non riconosce, in un cortocircuito istituzionale che rende ogni gestione dell'emergenza un'impresa titanica.

Il bilancio di questa traversata, che molti hanno definito la più mortale mai registrata alle frontiere spagnole, è destinato a rimanere un numero tragico e ancora in evoluzione. Le autorità spagnole hanno recuperato nelle acque attorno a Ceuta almeno 83 corpi, ma fonti marocchine parlano di un totale che supererebbe le 140 vittime, considerando anche i cadaveri recuperati sull'altra sponda del confine. A pagare il prezzo più alto, in termini di dignità perduta, sono proprio queste vittime.

Nel cimitero musulmano di Sidi Embarek, che sorge nel quartiere periferico di Los Rosales, i morti non hanno un nome, ma soltanto un numero inciso su una pietra. Al momento, su oltre 80 salme recuperate dalla parte spagnola, soltanto nove sono state identificate. Gli altri corpi, giovani per la maggior parte, sono stati sepolti in fosse anonime, avvolti in sacchi di zinco, la testa rivolta verso la Mecca, ma con l'unica certezza di un numero di serie che, forse un giorno, permetterà ai famigliari di reclamarli.

La sepoltura dei migranti non identificati è iniziata a fine agosto, con un rituale che si ripete a cadenza quasi quotidiana, mentre il Marocco, almeno inizialmente, ha opposto resistenza al rimpatrio anche dei nove corpi identificati, costringendo alcune famiglie ad attraversare la frontiera per pregare accanto ai propri cari senza poterli riportare a casa.

La geografia della paura e la frattura sociale

L'impatto di questa crisi, tuttavia, non si misura soltanto nel numero di vittime o di persone arrivate, ma nelle profonde lacerazioni che ha provocato all'interno del tessuto sociale di Ceuta, una città di poco più di 80.000 abitanti, già densamente popolata, dove cattolici e musulmani hanno sempre convissuto senza eccessivi problemi.

L'arrivo di decine di migliaia di persone ha creato un divario netto tra il centro della città, abitato prevalentemente da cattolici e da dipendenti del governo locale, e le periferie collinari, dove risiede la maggior parte della popolazione musulmana. In queste zone, le proteste contro l'accoglienza sono state più accese, con richieste di espulsioni immediate che si sono tradotte in episodi di violenza e intimidazione verso i volontari delle ong.

Nelle periferie musulmane, invece, la risposta è stata diametralmente opposta: le organizzazioni di vicinato e i residenti si sono mobilitati in modo spontaneo e capillare per fornire cibo e assistenza ai migranti, spesso anticipando le stesse istituzioni.

Questa differenza di approccio ha portato alcuni osservatori a parlare di un rischio concreto di "conflitto" tra le due anime della città, un pericolo alimentato dall'arrivo di gruppi neofascisti dalla penisola iberica, che hanno cercato di strumentalizzare la paura e l'esasperazione della popolazione per i propri fini politici.

La tensione è culminata in una manifestazione che ha visto migliaia di persone scendere in piazza, sventolando bandiere spagnole e rivolgendo slogan contro il governo di Pedro Sánchez. Se da un lato è facile ridurre tutto a una mobilitazione della destra, dall'altro sarebbe ingenuo ignorare il sentimento di abbandono che pervade molti residenti, i quali vedono nella loro città un palcoscenico di una crisi che non hanno scelto.

La stessa paura ha preso forma quando, al passaggio dei reparti dell'esercito giunti per rafforzare la sicurezza, molta gente si è alzata dai tavolini dei bar per applaudire, gridando "Viva España": un gesto che racchiudeva non solo un'affermazione di appartenenza nazionale, ma anche una disperata richiesta di protezione, il bisogno di credere che qualcuno fosse finalmente arrivato a difenderli.

La frontiera del confine e della vita

La crisi di Ceuta ha riportato con prepotenza all'attenzione le contraddizioni insite nelle politiche migratorie europee. L'enclave, insieme a Melilla, rappresenta da anni un laboratorio per la sperimentazione di un modello di controllo delle frontiere che, lungi dal dissuadere le persone, ne aumenta la vulnerabilità e la violenza subita.

I confini dell'Unione Europea, come dimostra il caso di Ceuta, non sono linee semplici che separano due territori, ma veri e propri "filtri" che decidono chi ha il diritto di muoversi e chi no, applicando quella che alcuni antropologi hanno definito una "biopolitica dell'alterità": un'operazione politica che attribuisce alle vite valori morali differenti, trasformando chi arriva in un soggetto da assistere, controllare e selezionare.

Il recente Patto su migrazione e asilo, che agevola le procedure di rimpatrio alla frontiera, sembra destinato ad aggravare una situazione già di per sé critica, spostando sempre più a sud il confine materiale e simbolico dell'Europa e affidando a paesi terzi, come il Marocco, il ruolo di "gendarmi" della Fortezza Europa.

Questa esternalizzazione delle frontiere, basata su accordi bilaterali, ha prodotto l'effetto paradossale di rendere i confini stessi il motore della loro stessa violenza: gli attraversamenti non diminuiscono, ma si fanno più rischiosi e mortali.

A Ceuta, questo meccanismo è esploso in tutta la sua drammaticità: la folla che ha tentato di forzare il valico è stata spinta non solo dalla disperazione economica, dalla disoccupazione e dalla mancanza di prospettive, ma anche da una geografia che trasforma un breve tratto di mare in un confine invalicabile dove la vita di una persona vale meno di un numero.

In questo contesto, l'arrivo a Ceuta di attivisti del gruppo di estrema destra Revuelta, che hanno tentato di distribuire spray al peperoncino e denunciare l'insicurezza, è stato interpretato come un tentativo di importare un conflitto ideologico in un territorio già infiammato, e ha incontrato una ferma contestazione da parte di quei residenti che, pur nella paura, rivendicano una tradizione di convivenza e pluralismo.

L'incognita del futuro

Mentre le autorità locali stimano la presenza di ancora 10.000 migranti a Ceuta, contro le 5.000 stimate dal governo centrale, la città rimane sospesa in un equilibrio precario. La maggior parte delle oltre 70.000 persone che sono entrate è già rientrata in Marocco, ma la crisi umanitaria è tutt'altro che risolta. La gestione degli accampamenti, le condizioni di vita nei quartieri periferici e la questione dei minori non accompagnati restano problemi aperti, che mettono a dura prova le capacità di accoglienza di un territorio già di per sé congestionato.

In questo scenario, la politica di Madrid e la sua interlocuzione con Rabat saranno determinanti, così come lo sarà la capacità di ricucire lo strappo sociale che si è aperto all'interno della città. Ceuta, con la sua storia di crocevia e di frontiera, si trova oggi a incarnare le contraddizioni di un'intera Europa, chiamata a scegliere se continuare a costruire muri fisici e burocratici o se affrontare, finalmente, la complessità di un fenomeno che non può essere ridotto a una semplice questione di ordine pubblico.

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