Smartphone, la rivoluzione silenziosa degli over 60 tra connessione e nuovi pericoli

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Se un tempo l’immagine stereotipata della terza età era associata a un rapporto di diffidenza con le tecnologie, oggi quel quadro è radicalmente mutato, in una trasformazione così rapida da aver sorpreso molti osservatori. Gli over 60, infatti, hanno ormai assimilato lo smartphone nelle loro abitudini quotidiane con una dimestichezza che ricorda, in parte, quella delle generazioni più giovani, un cambiamento epocale accelerato dalla maggiore disponibilità di tempo libero che spesso consegue al pensionamento. Il dispositivo, in questa fase della vita, smette di essere un mero strumento per emergenze o chiamate, trasformandosi in un compagno costante per gestire le relazioni sociali, informarsi o semplicemente riempire le ore della giornata. Questo fenomeno, però, non è esente da ombre: l’uso intensivo, che pure rappresenta un potente antidoto alla solitudine e al senso di esclusione, sta facendo emergere nuovi rischi, spesso sottovalutati nel dibattito pubblico che invece si concentra quasi esclusivamente sui più giovani.

Uno sguardo distorto sul digitale

Il discorso comune, infatti, ruota in maniera pressoché ossessiva attorno all’impatto dei cellulari su bambini e adolescenti, con narrazioni che parlano di “infanzia rubata” e con iniziative, come il recente divieto di accesso ai social per i minori di 16 anni varato in Australia, che testimoniano un allarme globale. Mentre si moltiplicano le campagne per un’astinenza digitale dei più piccoli e le scuole sperimentano divieti, il vissuto digitale di una fetta di popolazione adulta e anziana procede invece in una zona d’ombra, non meno significativa. Anche tra gli over 60, come evidenziano studi e ricerche, si registrano forme di utilizzo eccessivo o poco consapevole, che possono portare a dipendenze comportamentali, esposizione a truffe online o a una graduale sostituzione delle relazioni reali con quelle mediate dallo schermo.

L’allarme degli esperti parte dai più piccoli

A catalizzare l’attenzione, giustamente, sono le ricerche sullo sviluppo infantile, i cui dati dipingono un quadro preoccupante. Le riflessioni del filosofo e psicanalista Umberto Galimberti sui danni di un’esposizione precoce si inseriscono in un coro ampio di pedagogisti e neuroscienziati, i quali mettono in guardia dai deficit cognitivi e dalla fragilità emotiva che possono derivare da un abuso degli schermi in età evolutiva. Una meta-analisi globale ha rilevato, ad esempio, come a tre bambini su quattro al di sotto dei due anni sia consentito l’uso dei dispositivi, nonostante linee guida autorevoli, come quelle dell’American Psychiatric Association, ne sconsiglino vivamente l’esposizione nei primi 24 mesi di vita, eccezion fatta per le videochiamate.

Due volti della stessa medaglia

Si delinea così una paradossale convergenza tra generazioni lontane: da un lato i bambini, il cui sviluppo socio-emotivo può essere compromesso da uno screen time incontrollato e precoce; dall’altro gli anziani, che in quello stesso strumento trovano una finestra sul mondo ma anche una potente fonte di distrazione e, talvolta, di isolamento. La tecnologia, insomma, non discrimina per età nel momento in cui produce i suoi effetti, sia essi di connessione o di rischio. Il nodo centrale, che attraversa entrambe le questioni, rimane la consapevolezza d’uso e l’educazione digitale, un terreno su cui il lavoro è ancora enorme, perché riguarda non solo come si usano gli strumenti, ma anche il tempo che si decide di dedicarvi e gli spazi che inevitabilmente si sottraggono ad altre attività. La sfida, oggi, è comprendere queste dinamiche parallele senza concentrarsi solo su una fascia d’età, ma guardando al quadro complessivo di una società ormai pervasivamente connessa.

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