La strage di via D'Amelio, il tradimento della memoria e l'antimafia di facciata

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono passati più di trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, eppure, ogni anno, ci troviamo a commentare le stesse zone d’ombra. La verità è davvero così inarrivabile o, piuttosto, semplicemente non la si vuole trovare? Parlare di verità "inarrivabile" significherebbe accettare una resa che non possiamo permetterci, perché sarebbe esattamente ciò che i pezzi corrotti dello Stato vorrebbero.

La verità su via D’Amelio, come hanno sottolineato analisti e studiosi di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, non è un mistero assiomatico: è scritta nei pezzi mancanti di questa storia, che inizia dall’agenda rossa di Paolo Borsellino, sparita sotto gli occhi di uomini delle istituzioni.

Nell’attentato di via D'Amelio si cela il più grande e vergognoso depistaggio della storia repubblicana, una vicenda in cui la verità non viene trovata perché il suo emergere si abbatterebbe su organismi e persone dello Stato, facendo crollare carriere politiche, apparati di sicurezza e l'immagine stessa di una democrazia compiuta.

Il paradosso della memoria celebrativa

Oggi, Paolo Borsellino viene celebrato da tutti in modo trasversale, con politici di ogni schieramento che fanno a gara per rivendicarne l'eredità. Questa consonanza, lungi dall'essere un segnale positivo, appare a molti osservatori quantomeno sospetta e profondamente ipocrita. La tattica della "canonizzazione laica" ha trasformato i giudici Falcone e Borsellino in immagini sacre da esibire in determinate date, creando un mito distante che non richiede di essere seguito nell'esempio concreto.

È un meccanismo perverso che permette a esponenti politici che smantellano i delitti contro la pubblica amministrazione o indeboliscono il sistema delle intercettazioni di deporre corone di fiori in via D'Amelio, un insulto a quei morti. Se Borsellino fosse vivo, oggi sarebbe il peggior incubo di molti di coloro che ne piangono la scomparsa davanti alle telecamere, perché la memoria senza coerenza è solo una scenografia teatrale, mentre lui desiderava uno Stato fondato sulla legalità e sul rispetto delle regole, quello Stato che per lui spesso si è girato dall'altra parte.

L'antimafia ridotta a marketing

Guardando all'antimafia di oggi, viene naturale chiedersi cosa resti della lezione di Antonino Caponnetto, il capo del pool antimafia. Il rischio che questa lotta sia diventata una passerella o un trampolino di lancio per carriere personali non è più solo un rischio, ma una realtà consolidata. L'antimafia si è trasformata in un marchio, un'etichetta di marketing che si applica sui convegni per ottenere finanziamenti o visibilità politica, creando una "professione" che vive di retorica e burocrazia ma è priva di sostanza.

La vera antimafia, quella insegnata da Caponnetto, si fa nelle scuole, nelle periferie, creando lavoro e togliendo ossigeno ai clan, non con professionisti del legalitarismo di questua che, talvolta, finiscono sotto inchiesta per gli stessi reati che dicono di combattere. Questa deriva, definita da alcuni come "sciacallaggio", vede un'intera classe dirigente dell'antimafia sociale e istituzionale utilizzare il sangue dei martiri per fare carriera nei tribunali, nei ministeri e in Parlamento, tradendo lo spirito di chi ha sacrificato la vita per uno Stato diverso.

Le mafie liquide e un contrasto fermo al passato

Mentre il dibattito pubblico e i codici della politica sembrano rimasti ancorati all'immagine della mafia degli anni Novanta, quella dei corleonesi con i kalashnikov, le organizzazioni criminali sono cambiate profondamente. Oggi non sparano più, ma investono; operano attraverso "colletti bianchi", fondi d'investimento, criptovalute e corruzione sistemica. La mafia "liquida" e "silente" entra nei consigli d'amministrazione, compra immobili, governa appalti e gestisce la sanità privata.

Se l’antimafia resta ferma a una rappresentazione obsoleta, finisce per fare un favore alla mafia reale, perché il contrasto oggi si fa seguendo i flussi finanziari internazionali e colpendo la complicità di professionisti che ripuliscono il denaro sporco. Tuttavia, toccare quei mondi significa incidere sul PIL e sui finanziatori della politica, ed è per questo che spesso si preferisce organizzare convegni sulla "legalità" parlando del passato, piuttosto che agire nel presente per smantellare le complicità sommerse che permettono alle mafie di prosperare.

La svolta possibile

La vera svolta nella lotta alla mafia non potrà venire da celebrazioni vuote o da una deleghe totali a magistrati e forze dell'ordine. La speranza, intesa come sentimento passivo, è una forma di rassegnazione che poco ha a che fare con l'azione e l'impegno necessari. La svolta arriverà solo quando i cittadini smetteranno di delegare la lotta alla mafia e inizieranno a pretenderla dalla politica, attraverso il voto e l'indignazione quotidiana.

È necessario togliere il monopolio della memoria alle istituzioni ipocrite e restituirlo alla società civile, rompendo l'ipocrisia che circonda queste ricorrenze. Finché si accetterà che la lotta alle mafie sia una questione di cerimonie da calendario, si resterà complici di uno status quo che tradisce il sacrificio di Paolo Borsellino e dei cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.

Il resto, come è stato osservato, è solo fumo negli occhi che rischia di renderci del tutto ciechi.

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