Il giorno in cui si è fermato il cuore di Domenico, le voci delle infermiere
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Redazione Interno
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Sono stati due anni trascorsi a vegliare su di lui, a conoscerne gli sguardi, i silenzi, i momenti in cui il gioco era l’unica medicina possibile. Poi sabato mattina, intorno alle nove, la macchina che da quasi due mesi lo teneva in vita ha smesso di funzionare e con lei, in un istante sospeso, si è fermato anche il cuore di Domenico. Ad assistere a quel momento, nell’intimità della terapia intensiva dell’ospedale Monaldi di Napoli, c’erano loro, le infermiere che quel bambino lo avevano visto arrivare e che ora ne vedevano il Corpo arrendersi dopo una battaglia durata ventiquattro mesi. Anna, Elena, Federica e Simona – questo i loro nomi – hanno accettato di raccontare la loro verità, quella di chi quella stanza non l’ha mai lasciata, prestandosi a una fotografia che le ritrae solo di spalle. Non cercano ribalte né riflettori, hanno spiegato, ma sentono il dovere di testimoniare cosa abbia significato condividere il calvario di un bimbo che, nonostante tutto, non ha mai smesso di lottare. Il loro non è un racconto tecnico, intriso di protocolli e referti, ma una cronaca intima fatta di risate soffocate, di giochi improvvisati nel silenzio del reparto, di un rapporto umano che la cartella clinica non potrà mai descrivere.
Intanto, mentre la Procura di Napoli procede spedita nelle sue attività, il cerchio intorno ai protagonisti di questa vicenda si stringe ulteriormente. I carabinieri del Nas, infatti, hanno messo a segno un nuovo blitz all’interno del nosocomio, finalizzato al sequestro dei telefoni cellulari di quei sei sanitari – tra i quali figurano il primario, un’anestesista e una cardiochirurga di lunga esperienza – che ora risultano ufficialmente indagati per omicidio colposo. Un’ipotesi di reato che, secondo quanto dichiarato dal legale della famiglia del piccolo, l’avvocato Francesco Petruzzi, potrebbe persino aggravarsi in dolo eventuale, una volta che le indagini avranno fatto piena luce su ogni singolo passaggio. Dalla ricostruzione degli inquirenti, emerge con sempre maggior nitidezza il profilo di una catena di errori, iniziata quella notte del 23 dicembre all’ospedale San Maurizio di Bolzano, dove l’équipe arrivata da Napoli, dopo aver prelevato l’organo, avrebbe chiesto al personale locale di integrare il ghiaccio nel contenitore di trasporto, ricevendo però, al posto del classico ghiaccio tritato, della più pericolosa neve carbonica, capace di raggiungere temperature prossime agli ottanta gradi sotto zero. Un equivoco fatale, che avrebbe tramutato il cuore donato in un blocco di tessuto congelato, irrimediabilmente compromesso ancor prima di giungere a destinazione.
Il precedente dimenticato e i silenzi dell’Heart Team
La vicenda di Domenico, però, non giace in un vuoto, ma si inserisce in un contesto che, per il reparto di cardiochirurgia pediatrica del Monaldi, sembra ripetersi con inquietante regolarità. A riportare alla memoria un passato recente e doloroso è la storia di Pamela Dimitrova, una bimba di appena due anni, morta nell’agosto del 2024 dopo una lunga degenza. La madre, Rumyana, ha ripercorso quei mesi in un’intervista, raccontando di una bambina attaccata a un cuore artificiale, che aveva contratto infezioni multiple – tra cui l’escherichia coli, riscontrato persino sulle cannule del macchinario – e che era stata, a suo dire, più volte disinfettata dalle mani della stessa genitrice, per so supplire a presunte carenze assistenziali. La donna ha anche ricordato come, dopo oltre un anno di ricovero, la richiesta di trasferimento della piccola al Bambino Gesù di Roma non venne mai concretizzata. A legare ulteriormente le due tragedie, la figura del cardiochirurgo Guido Oppido, lo stesso che operò Domenico e che ora, insieme ad altri cinque colleghi, si trova al centro del ciclone giudiziario.
Un buco di 45 giorni e una madre lasciata all’oscuro
Oltre all’errore materiale sulla conservazione dell’organo, ciò che gli atti dell’inchiesta restituiscono è il quadro di una gestione post-operatoria segnata da ritardi e omissioni. A destare particolare stupore e sconcerto è il fatto che, dalla fatidica operazione del 23 dicembre fino ai primi giorni di febbraio, l’Heart Team dell’ospedale non si sia mai riunito per una valutazione collegiale e approfondita della situazione clinica di Domenico. Un vuoto temporale di circa 45 giorni, nel quale il piccolo è rimasto aggrappato alla macchina Ecmo, subendo danni progressivi e irreversibili a tutti gli organi. In questo lasso di tempo, la madre, Patrizia, ha intuito che qualcosa non andasse, ma solo l’11 gennaio, spinta da un senso di angoscia, ha presentato denuncia ai carabinieri. Solo in seguito, attraverso la stampa, avrebbe appreso la verità su quel cuore “bruciato”. Un silenzio che oggi pesa come un macigno e che la procura, attraverso l’acquisizione di tutta la documentazione e l’ascolto di decine di testimoni, sta cercando di dissipare, nella speranza di ricostruire l’esatta sequenza delle responsabilità e delle, troppe, domande rimaste in sospeso.




