Il primo caso umano di aviaria H9N2 in Italia, individuato a Monza: “Protocolli hanno funzionato”

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Non si tratta di un virus che abbia fatto il salto di specie sul territorio nazionale, né di un ceppo ad alta patogenicità come quelli che, negli ultimi anni, hanno fatto più spesso parlare di sé a livello globale. L’uomo ricoverato a Monza, primo caso accertato in Italia – e in Europa – di influenza aviaria da sottotipo H9N2, ha contratto l’infezione durante un soggiorno in Africa, dove il virus è endemico in alcuni contesti avicoli. A renderlo noto sono stati i meccanismi di sorveglianza che, proprio a partire dal laboratorio dell’Irccs San Gerardo di Monza, si sono attivati in una corsa contro il tempo per identificare il patogeno, tracciare i contatti e scongiurare il rischio di una diffusione involontaria.

È stato il professor Fausto Baldanti, direttore del Centro regionale malattie infettive (CeReMi) e della clinica di Microbiologia e virologia dell’Irccs Policlinico San Matteo di Pavia, a descrivere l’operazione corale che, grazie a una sinergia ormai rodata con i Dipartimenti di prevenzione, ha permesso di gestire il caso in tempo reale. Dalle prime analisi condotte a Monza, il campione è stato rapidamente indirizzato al centro di riferimento regionale, attivando un coordinamento che ha visto il coinvolgimento diretto del Dipartimento di prevenzione guidato da Danilo Cereda. Un meccanismo, questo, che secondo gli addetti ai lavori ha funzionato come un orologio, restituendo in poche ore la certezza del genotipo H9.

Un sistema di sorveglianza che non si è fermato

A dare il quadro della situazione è stato anche Antonio Terregino, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IzsVe), il quale ha tenuto a precisare che il caso in sé non è di origine italiana – l’uomo è stato infettato in Africa – ma rappresenta comunque la cartina al tornasole di un apparato di controllo che non ha lasciato spazio a margini di errore. “I protocolli hanno funzionato”, ha spiegato, sottolineando come l’individuazione immediata del genotipo H9 dimostri che in Italia la sorveglianza sui virus influenzali zoonotici resta attiva ed efficace. A rassicurare ulteriormente, ha aggiunto, è il fatto che non vi siano evidenze di trasmissione da uomo a uomo: tutti i contatti stretti del paziente sono stati sottoposti a tampone e sono risultati negativi.

La vicenda, per quanto eccezionale nella sua natura di primo riscontro nazionale, non ha innescato alcun allarme nelle autorità sanitarie. L’epidemiologo Gianni Rezza, interpellato in merito, ha confermato la natura circoscritta dell’episodio, ricordando che il sottotipo H9N2 è ben noto alla comunità scientifica internazionale per la sua capacità – sebbene rara – di provocare infezioni umane sporadiche, quasi sempre a esito lieve e senza catene di contagio prolungate. In questo caso, il paziente, descritto come persona con patologie concomitanti e quindi fragile, rimane ricoverato mentre restano inalterate le procedure di monitoraggio attorno a lui.

Merito anche della pandemia, secondo gli esperti

Uno degli aspetti messi in luce dagli specialisti coinvolti nella gestione del caso riguarda l’eredità lasciata dalla pandemia da Covid-19 in termini di potenziamento delle infrastrutture diagnostiche. “Merito del Covid”, è stato detto nel descrivere la capacità attuale degli ospedali lombardi di effettuare in poche ore un sequenziamento virale e di discriminare tra i diversi sottotipi influenzali. La macchina organizzativa, costruita durante l’emergenza sanitaria, si è rivelata determinante per passare senza soluzione di continuità dalla fase di sospetto alla conferma laboratoristica, consentendo di attivare immediatamente tutte le contromisure previste dai protocolli per le zoonosi.

Non è un H5, il ceppo che ha destato maggiore preoccupazione a livello mondiale negli ultimi anni per la sua capacità di propagarsi tra i mammiferi, ma un H9N2, considerato di bassa patogenicità per l’uomo e per gli uccelli. Questo aspetto, hanno voluto rimarcare i tecnici dell’IzsVe, sposta l’attenzione sul buon funzionamento delle reti di sorveglianza più che sulla pericolosità intrinseca del virus. L’attenzione rimane alta, come sempre accade quando si ha a che fare con patogeni a potenziale zoonotico, ma la risposta tempestiva e la negatività dei contatti hanno già fornito gli elementi per escludere scenari di circolazione attiva del virus sul territorio.

Dalla Regione Lombardia la conferma del ricovero

Dalla Regione Lombardia, attraverso i propri canali ufficiali, è stata diffusa la notizia del ricovero del paziente, descrivendone le condizioni come stabili nonostante la fragilità di base legata ad altre patologie. Nessun dettaglio aggiuntivo è stato fornito sull’identità dell’uomo, come avviene di prassi in questi casi per tutelare la riservatezza, mentre è stata ribadita l’assenza di nuovi contagi tra le persone che hanno avuto con lui contatti stretti. L’attenzione, in queste ore, è concentrata sul mantenimento delle misure di biosicurezza negli allevamenti, sebbene il caso non abbia alcuna correlazione epidemiologica con il comparto avicolo nazionale.

L’episodio, pur nella sua singolarità, ha messo in luce l’evoluzione di un sistema che, a distanza di anni dall’introduzione di protocolli rafforzati per le malattie infettive emergenti, dimostra una capacità di diagnosi precoce e di coordinamento territoriale che pochi altri Paesi europei possono vantare. La stessa rapidità con cui il campione è stato trasferito dal San Gerardo di Monza al CeReMi di Pavia per le analisi di secondo livello testimonia una filiera diagnostica che, secondo gli stessi professionisti coinvolti, ha pochi precedenti in termini di efficienza.

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