Tensioni tra Cina e Giappone riaccendono le dispute su Taiwan

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le relazioni tra Pechino e Tokyo, che avevano mostrato timidi segnali di disgelo con una serie di incontri diplomatici di alto livello, sono precipitate nuovamente in una fase di forte attrito, riportando in primo piano la spinosa questione di Taiwan. Dopo la visita a Pechino, la prima dopo venti mesi, dell'allora ministro degli Esteri giapponese Takeshi Iwaya, la quale aveva incluso un colloquio con il premier Li Qiang e con il ministro Wang Yi, e il successivo vertice trilaterale tenutosi a Tokyo tra i capi della diplomazia di Giappone, Cina e Corea del Sud, le acque sembravano essersi calmate. Questa apparente distensione, però, si è infranta contro le recenti dichiarazioni della premier giapponese Sanae Takaichi, che hanno riaperto antiche ferite e scatenato una dura reazione da parte cinese, la quale ha immediatamente convocato l'ambasciatore nipponico a Pechino per un rimprovero ufficiale.

La convocazione dell'ambasciatore e le parole della premier Takaichi

Il vice ministro degli Esteri cinese, Sun Weidong, ha ricevuto l'ambasciatore del Giappone, Kenji Kanasugi, in un incontro che le autorità di Pechino hanno definito necessario per esprimere un fermo dissenso. L'oggetto del contendere risiede nelle affermazioni della premier Sanae Takaichi, le quali hanno toccato il nervo scoperto della possibile partecipazione militare di Tokyo in uno scenario di crisi che coinvolga Taiwan. La diplomazia cinese ha dunque chiesto, in maniera perentoria, che la premier ritratti quelle dichiarazioni, giudicate un'inaccettabile ingerenza negli affari interni della Cina e una palese violazione dei principi che dovrebbero guidare i rapporti bilaterali, sebbene Tokyo abbia successivamente ribadito che la sua linea politica sull'argomento rimane immutata.

Il tono aggressivo della propaganda e il peso della storia

A contornare la protesta ufficiale, si è scatenata una vera e propria campagna denigratoria sui media di Stato cinesi, i quali hanno fatto ricorso a un linguaggio particolarmente violento. Hu Xijin, ex direttore del Global Times, testata vicina al Partito Comunista Cinese, non ha usato mezzi termini definendo la premier Takaichi una "strega malvagia", mentre un account legato all'emittente statale Cctv ha lanciato un monito minaccioso, avvertendo che, se non avesse taciuto, ne avrebbe pagato le conseguenze. Questo clima di tensione si inserisce in un contesto storico delicatissimo, che il portavoce del ministero degli Esteri cinese ha voluto rimarcare, osservando come quest'anno ricorrano gli ottant'anni dalla sconfitta del Giappone nella Seconda guerra mondiale e dalla conseguente restituzione di Taiwan alla Cina.

Il richiamo al passato coloniale e alle aggressioni militari

Il portavoce ha infatti ricordato, con durezza, il periodo in cui il Giappone impose il suo dominio coloniale sulla regione di Taiwan, un'epoca segnata, secondo Pechino, da "innumerevoli crimini efferati". Il riferimento storico è servito a tracciare un parallelo con il presente, accusando il militarismo giapponese di aver storicamente utilizzato pretesti, come le cosiddette "situazioni che minacciano la sopravvivenza", per giustificare aggressioni esterne. In particolare, Pechino ha menzionato l'invocazione del diritto all'autodifesa come casus belli per dare inizio a quella che viene definita una guerra di aggressione contro la Cina, un conflitto che, si sostiene, causò sofferenze immense non solo al popolo cinese, ma a tutti i popoli dell'Asia e del mondo.

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