Giorgia Meloni e il Corpo senza consenso: la sfida (e la denuncia) dei deepfake tra satira virtuale e pericolo reale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è una foto che gira in rete, in queste ore, e la ritrae sdraiata su un letto, in abbigliamento intimo. Il volto, però – come la stessa diretta interessata ha subito chiarito – non è del tutto il suo, o almeno non lo è nella sostanza; si tratta di una sovrapposizione generata dall’intelligenza artificiale, un deepfake che prende il di una donna qualsiasi e lo riveste della fisionomia della presidente del Consiglio. “Devo riconoscere – ha scritto Giorgia Meloni pubblicando lo scatto sui suoi profili social – che chi le ha realizzate, almeno nel caso in allegato, mi ha anche migliorata parecchio”. Una battuta, quella della premier, che non alleggerisce però la portata del fenomeno, anzi la esaspera per contrasto: se nemmeno chi ricopre la massima carica dello Stato può sentirsi al riparo da una simile manipolazione, figuriamoci cosa possa accadere ai cittadini comuni, privi dei suoi stessi mezzi di difesa e di visibilità mediatica.

La trappola del “solerte oppositore” e la normalizzazione dell’abuso

Secondo quanto riportato dalla premier nel suo intervento social, l’immagine – una delle “diverse mie foto false” circolanti in questi giorni – sarebbe stata spacciata per autentica da “qualche solerte oppositore”. A certificare la bufala, oltre alla stessa Meloni, è arrivato il commento di un utente identificato come Roberto, il quale aveva definito “vergognoso” che una presidente del Consiglio si presentasse in quelle condizioni. Ed è proprio questo il cortocircuito logico che la tecnologia alimenta: qualcuno costruisce una menzogna visiva, qualcun altro la condanna sulla base dei propri convincimenti morali, e la discussione pubblica – persa ormai ogni bussola tra vero e falso – si avvita su se stessa. Non c’è satira in tutto questo, va detto, perché la satira presuppone la palese riconoscibilità dell’artificio; qui, invece, il meccanismo punta a ingannare, a far passare per reale ciò che reale non è. E la normalizzazione del fenomeno, temono molti osservatori, rischia di essere il passo successivo: quando le immagini manipolate della premier diventeranno così frequenti da non fare più notizia, sarà già troppo tardi.

Quando il non ci appartiene più: il lato oscuro della manipolazione digitale

Il caso specifico che ha spinto Meloni a intervenire riguarda una foto in lingerie, ma il problema – come lei stessa ha sottolineato – va ben oltre il singolo episodio. “I deepfake sono uno strumento pericoloso – ha avvertito – perché possono ingannare, manipolare e colpire chiunque. Io posso difendermi. Molti altri no”. Una differenza, quest’ultima, che non è affatto trascurabile: se una capa di governo può permettersi di denunciare pubblicamente l’accaduto, attirando l’attenzione dei media e facendo scattare eventuali verifiche giudiziarie, una ragazzina qualunque o una donna vittima di violenza assistono impotenti alla moltiplicazione virale della propria immagine rubata. La tecnologia, insomma, ha abbattuto l’ultimo baluardo della privacy: il volto, un tempo elemento irripetibile di identificazione, è oggi facilmente prelevabile, sovrapponibile e diffuso senza che il diretto interessato possa opporsi. E la circostanza che l’attacco arrivi – come in questo caso – da un presunto oppositore politico aggiunge un ulteriore tassello al quadro odioso della delegittimazione personale: non si contesta più un’idea, si distrugge la dignità di chi la incarna.

L’allarme che travalica i confini della politica

“Il punto va oltre me” – ha ripetuto la presidente del Consiglio, lanciando quella che suona come una vera e propria admonition pubblica. Pur di attaccare e inventare falsità – ha osservato – ormai si usa davvero qualsiasi cosa, e il discrimine tra la libertà di espressione e la manipolazione criminale si fa ogni giorno più sottile. La sua reazione, per quanto ironica nella forma (“mi hanno migliorata”), rappresenta sul merito una denuncia lucida dell’abisso normativo e culturale in cui ci troviamo a navigare: in assenza di strumenti rapidi per rimuovere questi contenuti e di un’educazione digitale diffusa che insegni a verificare prima di condividere, ogni utente della rete può diventare complice inconsapevole di una macchina del fango sempre più sofisticata. Per questo, ha concluso Meloni, una regola elementare dovrebbe valere per tutti: verificare prima di credere, e credere prima di condividere. Oggi capita a me, domani – chiunque può esserne la vittima designata.

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