Uccide il fratello e lo mostra in videochiamata ai parenti: arrestato il 33enne bengalese a Tricase

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La serata di giovedì 30 aprile, in un appartamento di via Luigi Cadorna a Tricase, nel cuore della provincia di Lecce, si è trasformata in una scena di cronaca nera che pochi avrebbero potuto immaginare, se non nei contorni più cupi della follia omicida. È qui che Sheikh Md Humayun, trentatreenne di origine bengalese, avrebbe prima ucciso il fratello minore – ventottenne – al culmine di un litigio, per poi mettere in atto un gesto che trasforma il delitto in un macabro atto di confessione digitale: una videochiamata ai familiari rimasti in Bangladesh, durante la quale ha inquadrato il senza vita della vittima, stringendo ancora il coltello da cucina insanguinato.

Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, che hanno già acquisito le immagini registrate dallo smartphone dell’arrestato come prova centrale dell’accusa, l’aggressione sarebbe scoppiata all’improvviso, nonostante i due fratelli si fossero incontrati senza apparenti segnali di tensione pregressa. Un coinquilino, presente nell’abitazione al momento dei fatti, avrebbe assistito alla scena – in particolare al momento in cui il trentatreenne ha colpito il fratello alle spalle – ed è stato proprio lui a bloccare l’aggressore e a chiamare i soccorsi, impedendo forse un’ulteriore escalation violenta.

La lite, il colpo alle spalle e la chiamata ai parenti in Bangladesh

Le indagini, coordinate dalla procura di Lecce, hanno messo in luce una sequenza tanto breve quanto drammatica. I due fratelli, entrambi cittadini bangladesi residenti nel Salento, avevano un rapporto che, a detta di chi li conosceva, non sembrava segnato da conflitti esplosivi; eppure qualcosa, quella sera, li ha spinti oltre un limite che nessuna mediazione avrebbe potuto recuperare. Dopo aver sferrato il colpo mortale con il coltello da cucina, Humayun non è fuggito né ha tentato di nascondere il. Al contrario, ha avviato una videochiamata con i familiari lontani – forse spinto da un impulso autopunitivo o da una volontà distorta di raccontare «tutta la verità» – mostrando loro ciò che restava del fratello minore, Sheikh Md Noyan.

I carabinieri hanno sottolineato come le immagini ricavate dal telefono rappresentino un elemento probatorio di rara crudele efficacia: l’arma ancora lorda di sangue, il esanime a terra, la voce dell’uomo che – tra l’orrore e una lucidità agghiacciante – avrebbe confessato l’omicidio in diretta. Non si tratta, va detto, di una semplice ammissione verbale successiva all’arresto, bensì di una vera e propria performance del delitto davanti a una platea di familiari sconvolti, che dall’altra parte del mondo hanno assistito impotenti alla rivelazione.

Le reazioni dei soccorritori e il ruolo decisivo del coinquilino

A rendere ancora più nitido il quadro investigativo è stata la pronta reazione del coinquilino, la cui testimonianza – unita alle immagini – ha consentito ai militari di chiudere il cerchio in poche ore. Il ragazzo ha raccontato di aver udito urla in lingua bengalese, poi un tonfo, infine il silenzio rotto solo dal suono di una chiamata in partenza dallo smartphone dell’assassino. Quando è entrato nella stanza, ha trovato il ventottenne già a terra e l’altro fratello ancora impugnare il coltello, in stato di alterazione ma non privo di coscienza. Dopo averlo bloccato, ha subito allertato i carabinieri e il personale del 118, giunto sul posto a pochi minuti dalla telefonata. Purtroppo, per il fratello più giovane non c’era già più nulla da fare.

Humayun, ora ristretto nel carcere di Lecce in attesa di interrogatorio, dovrà rispondere dell’accusa di omicidio volontario, aggravata – secondo una prima valutazione degli inquirenti – dalla premeditazione? Al momento, gli investigatori escludono questa ipotesi, optando piuttosto per l’impulso improvviso durante il litigio, anche se il colpo inferto alle spalle suggerisce una volontà tutt’altro che accidentale. La difesa, che non ha ancora nominato un legale di fiducia, potrà chiedere una consulenza psichiatrica per valutare la capacità di intendere e volere al momento del fatto, ma i carabinieri sottolineano la lucidità mostrata dall’uomo nella gestione della videochiamata successiva: un dettaglio, quest’ultimo, che difficilmente potrà essere ignorato in aula.

Un delitto che scuote la comunità locale – o meglio, il tessuto sociale di Tricase

Il paese di Tricase, piccolo centro del basso Salento, non è certo abituato a episodi di questa efferatezza, eppure gli investigatori tengono a precisare che non esistono, allo stato attuale, elementi per collegare il fatto a dinamiche più ampie (come traffici illeciti o regolamenti di conti). Sembra piuttosto trattarsi di un esplosione di rabbia domestica, finita nel peggiore dei modi. Lo smartphone sequestrato all’arrestato verrà sottoposto a estrazione forense dei dati: non solo per verificare il contenuto della videochiamata incriminata, ma anche per capire se esistessero messaggi o conversazioni precedenti capaci di far luce sul vero movente. La procura, nelle prossime ore, potrebbe disporre l’autopsia sul del ventottenne, per stabilire con esattezza il numero e la profondità delle ferite inferte.

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