Il metodo della ‘ndrangheta sul litorale: sette arresti tra estorsioni e affari nei villaggi turistici

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La costa che da Crotone si snoda verso Catanzaro, un tempo scenario di villeggiatura e di investimenti, torna a essere il centro di un’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia, che ha portato all’esecuzione di sette misure cautelari in carcere a carico altrettanti soggetti, tutti gravemente indiziati – questa la tesi dell’accusa – di estorsione e turbata libertà degli incanti, reati questi ultimi aggravati dalla circostanza di aver agito avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416-bis del codice penale, vale a dire il metodo mafioso. I particolari, emersi nel corso della conferenza stampa tenuta presso la sede del Comando Provinciale dei Carabinieri di Crotone, dipingono un quadro di controllo capillare del territorio, laddove il settore turistico-alberghiero, fiore all’occhiello dell’economia locale, era divenuto negli anni un serbatoio di risorse per le casse delle cosche.

Dalla guardiania alle aste, il sistema delle imposizioni

Al centro dell’ordinanza, firmata dal gip su richiesta della Procura distrettuale, vi è una serie di condotte che gli investigatori del Nucleo Investigativo hanno ricostruito attraverso intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori, le quali dimostrerebbero come il sodalizio criminale fosse riuscito a infiltrarsi nella gestione di numerosi servizi legati alla ricettività turistica. In particolare, il provvedimento giudiziario contesta agli indagati di aver imposto, con la forza dell’intimidazione che deriva dall’appartenenza al clan Arena, la propria manodopera per la guardiania notturna e diurna del villaggio Seleno-Margheritissima, una struttura tra le più note del litorale, imponendo altresì l’assunzione di personale legato alle famiglie, o quantomeno gradito alle stesse. Ma il controllo non si limitava alla sorveglianza: gli arrestati avrebbero preteso di ottenere l’appalto per la cura del verde e per la pulizia degli arenili, segmenti questi che, sebbene possano apparire marginali, garantivano invece un flusso costante di denaro e, soprattutto, la presenza costante di affiliati sul territorio, pronti a vigilare su ogni movimento di imprenditori e dipendenti.

Le indagini, coordinate dalla DDA di Catanzaro, hanno inoltre fatto luce su un sistema di manipolazione delle gare pubbliche e private: attraverso società fittiziamente intestate a prestanome, ma nella sostanza riconducibili alla cosca Arena, gli indagati sarebbero riusciti a turbare la libertà degli incanti, presentando offerte concordate o minacciando chi avesse osato concorrere, in modo da accaparrarsi l’assegnazione di beni immobili e di lotti di servizi. Un metodo, questo, che affonda le sue radici in una lunga tradizione di infiltrazione della ‘ndrangheta nel tessuto imprenditoriale, laddove la regola non è mai stata quella della libera concorrenza, bensì quella del tributo da pagare.

Le radici della faida e l’ombra delle vittime innocenti

Operazioni come quella denominata “Black Flower” non rappresentano purtroppo episodi isolati, ma si inseriscono in un contesto storico caratterizzato da una presenza radicata e violenta delle cosche, le cui faide hanno più volte insanguinato il territorio, travalicando talvolta i confini della guerra di mafia per colpire, loro malgrado, chi non c’entrava nulla. Le cronache giudiziarie degli ultimi decenni, infatti, hanno più volte registrato come gli scontri tra famiglie per il predominio economico – e quindi anche per il controllo degli investimenti turistici – abbiano portato a conseguenze drammatiche. Non si può dimenticare, ripercorrendo la storia giudiziaria della regione, quanto accaduto ad Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria, dove nel 1998 una sparatoria tra clan rivali, legata alle dinamiche di potere e di affari, costò la vita a due bambine, Maria Angela Ansalone di otto anni e un’altra piccola, rimaste uccise dal fuoco incrociato dei killer in fuga. E ancora, a Seminara, nel 2016, un bambino di dieci anni, Nicolay, di origini bulgare, rimase gravemente ferito in un agguato destinato ad un esponente di una cosca, a dimostrazione di come la ferocia delle organizzazioni criminali non si fermi di fronte a nulla.

Queste stragi, che hanno segnato la memoria collettiva, sono il frutto avvelenato di un sistema in cui l’economia legale, e in particolare quella legata al turismo, viene piegata agli interessi della ‘ndrangheta, generando conflitti la cui risoluzione passa attraverso il sangue, anche quello innocente. Le inchieste della DDA di Catanzaro e delle procure distrettuali vicine hanno costantemente evidenziato come gli affari – dagli appalti per i villaggi, alla gestione dei servizi, fino alle aste immobiliari – siano il motore che alimenta le guerre di mafia.

La risposta giudiziaria e il territorio

L’operazione condotta dai Carabinieri del Ros e del comando provinciale di Crotone, che ha portato all’arresto dei sette soggetti, si inserisce dunque in un più ampio e complesso mosaico investigativo volto a disarticolare le consorterie criminali che hanno fatto del litorale jonico il loro feudo. I reati contestati, che vanno dalla estorsione aggravata al danneggiamento seguito dalle intimidazioni, configurano un quadro di assoluto controllo del mercato, dove gli imprenditori, se vogliono lavorare, devono sottostare a diktat precisi: dalle assunzioni imposte alla scelta dei fornitori, dalla gestione della spiaggia alla manutenzione delle aree verdi. Un sistema, questo, che impedisce qualsiasi sviluppo sano e scoraggia gli investimenti puliti, tenendo l’intera area in una sorta di morsa economica.

L’inchiesta, come sottolineato dagli stessi inquirenti, ha beneficiato della collaborazione di alcuni imprenditori che, stanchi delle vessazioni e della mancanza di prospettive, hanno finalmente deciso di rompere il muro di omertà e di denunciare, permettendo agli investigatori di raccogliere gli elementi indiziari necessari a supportare la richiesta di custodia cautelare. Resta ora da verificare, nel corso del processo, la fondatezza delle accuse, nel rispetto del principio di presunzione di innocenza. Ma ciò che emerge con chiarezza è la capacità della ‘ndrangheta di adattarsi, di investire in settori apparentemente limpidi come quello turistico e di imporre la propria legge, una legge fatta di pizzo, di imposizioni e di omertà, che ha trasformato un territorio di potenziale sviluppo in un avamposto degli affari illeciti.

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