Spread di guerra, i Btp pagano il conto più salato tra i titoli europei
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Redazione Economia
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Che il fronte mediorientale fosse tornato a incendiarsi, lo si era capito già dal brusco rialzo del petrolio e dal nervosismo delle borse. Ma a dare la misura esatta di quanto questa nuova crisi stia rimodellando i flussi finanziari globali è, in queste settimane, il comportamento anomalo dei titoli di Stato. E tra questi, a pagare il prezzo più alto in termini di rendimento – e quindi di costo per il Tesoro – sono proprio i nostri Btp, finiti suo malgrado in prima linea in una guerra che, va detto, non ha nulla a che vedere con i fondamentali dell’economia italiana.
I numeri, del resto, parlano chiaro e non lasciano spazio a interpretazioni ambigue. Dal 27 febbraio scorso, vigilia dell’escalation che ha visto gli Stati Uniti e Israele intensificare le operazioni sul territorio iraniano, il differenziale tra il decennale italiano e il Bund tedesco ha subito un’impennata secca, superando la soglia dei 92 punti base nella chiusura di venerdì 20 marzo. Un livello, questo, che non si toccava dallo scorso giugno e che rappresenta un incremento di circa 28 punti in appena tre settimane. Un movimento particolarmente significativo se lo si confronta con quanto accaduto negli altri grandi Paesi dell’eurozona: nello stesso arco temporale, il rendimento dei nostri titoli è cresciuto di 68 punti base, contro i 40 della Germania, i 54 della Francia e i 52 della Spagna.
Se si guarda al contesto, però, ci si accorge che il problema non è solo italiano, ma piuttosto una questione di scala. Anche i Bund, tradizionalmente considerati il porto sicuro per eccellenza del continente, stanno attraversando una fase di cedimento, con i loro rendimenti in rialzo a causa delle aspettative di un’inflazione alimentata dal caro-energia. La differenza, sostanziale, sta nell’intensità del colpo subito. In un contesto di fuga dalla qualità – il cosiddetto flight-to-quality – gli investitori tendono a liberarsi prima dei titoli percepiti come più rischiosi per rifugiarsi in quelli più solidi. Ed è proprio questo meccanismo che ha colpito il debito italiano, il cui spread si è allargato molto più rapidamente rispetto a quello di Francia e Spagna, evidenziando una vulnerabilità che, al momento, non sembra legata ai dati macroeconomici domestici quanto piuttosto alla composizione della platea degli investitori che detengono i nostri bond.
L’ombra dell’inflazione e la morsa dei rendimenti
A scatenare questa ridda di vendite non è stata una nuova crisi di fiducia sul debito di Roma, bensì l’effetto domino geopolitico scatenato dai bombardamenti israelo-americani sull’Iran. L’aumento vertiginoso del prezzo del petrolio – che ha superato la soglia dei 90 dollari al barile in alcune fasi della crisi – ha riacceso il timore, nei mercati, di una nuova fiammata inflazionistica. E quando l’inflazione torna a fare paura, le banche centrali sono costrette a mantenere una politica monetaria restrittiva, o addirittura a valutare nuovi rialzi dei tassi: un’eventualità che, se concretizzata, colpirebbe con maggiore durezza i Paesi con un debito pubblico più elevato, come l’Italia.
Lo sanno bene gli operatori, che in queste settimane hanno assistito a un fenomeno apparentemente paradossale. Il debito americano, intanto, ha superato i 39 trilioni di dollari, toccando il 124% del Pil, ma i Treasury bond hanno comunque retto meglio delle controparti europee grazie alla forza del dollaro, tornato ad essere il bene rifugio per eccellenza. In Europa, invece, la pressione si è concentrata sulla periferia, con i nostri Btp che hanno vanificato in poche sedute il cauto ottimismo accumulato nei mesi scorsi, quando le promozioni del rating da parte di Fitch e Moody’s sembravano aver aperto una fase di maggiore stabilità.
Bombardati i Btp, l’ottimo 2025 è già un ricordo
Non paia un esercizio di cinismo, ma citare i titoli di Stato italiani tra le vittime collaterali delle operazioni militari in Medio Oriente è una constatazione tecnica. I Btp venivano da un anno, il 2025, che gli addetti ai lavori avevano definito “quasi noioso” per la sua linearità: rendimenti e spread in costante calo, un andamento migliore rispetto agli altri Paesi dell’Unione, e un appetito degli investitori stranieri che sembrava inarrestabile. Da quando i razzi hanno ricominciato a solcare i cieli del Golfo, però, la musica è cambiata.
Il debito tricolore viaggia ora al contrario, performando peggio della media europea. Non solo lo spread si è allargato, ma i rendimenti veri e propri hanno subito un’impennata che si riflette immediatamente sul costo del nuovo debito emesso dal Tesoro. Il rendimento del decennale è schizzato al 3,97% e oltre, toccando i massimi da aprile 2025, un livello che riduce drasticamente il margine di manovra per la finanza pubblica. A essere colpiti, in questo clima di avversione al rischio, non sono solo i grandi investitori istituzionali, ma anche i piccoli risparmiatori, che vedono oscillare il valore nominale dei bond in portafoglio mentre il mercato sconta ora l’una, ora l’altra ipotesi sull’evoluzione del conflitto e sulla reazione della Banca Centrale Europea.
La divergenza europea e il nodo della percezione del rischio
Quel che più preoccupa, forse, è la divergenza che si sta aprendo tra l’Italia e i suoi principali partner continentali. Mentre i rendimenti dei Bund tedeschi salgono, ma in modo contenuto, fungendo ancora da ancora di salvezza per il sistema, i Btp mostrano una volatilità che richiama alla mente gli anni più tesi della crisi del debito sovrano. Eppure, a differenza di allora, non è in atto una crisi di governabilità né uno shock fiscale interno: è la paura di una recessione indotta dall’aumento dei prezzi energetici, combinata con la fragilità strutturale del nostro debito, a fare da moltiplicatore.
In questo quadro, gli investitori stanno operando una selezione sempre più attenta, premiando la liquidità e la sicurezza percepita. Il debito americano, nonostante il suo peso enorme, continua ad assorbire capitali grazie al ruolo di safe haven del dollaro. Quello tedesco resiste meglio della media. L’Italia, con il suo rapporto debito/Pil tra i più alti del mondo, si trova invece esposta al fuoco incrociato tra l’aumento dei tassi impliciti e la fuga degli speculatori verso lidi più tranquilli. Una dinamica che, per ora, sembra destinata a proseguire finché l’incertezza geopolitica non troverà una nuova quadratura.




