"Queer", Guadagnino porta sullo schermo il tormento di Burroughs con un Daniel Craig da antieroe

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Luca Guadagnino, regista capace di trasformare il desiderio in immagini liquide e ipnotiche, torna con Queer, adattamento del romanzo omonimo di William Burroughs che, sebbene scritto negli anni Cinquanta, vide la luce solo tre decenni dopo. La pellicola, distribuita da Lucky Red nelle sale italiane dal 17 aprile, affida a Daniel Craig – lontano anni luce dai panni dell’imperturbabile 007 – il ruolo di William Lee, alter ego letterario dello scrittore: un americano disilluso, esiliato a Città del Messico, la cui esistenza oscilla tra solitudine e l’ossessione per Eugene Allerton (Drew Starkey), un giovane marinaio che diventa oggetto di un desiderio tanto bruciante quanto non corrisposto.

Ambientato nel 1950, il film cattura l’essenza di un’epoca in cui le convenzioni sociali stringevano come una morsa, mentre Guadagnino, con la sua cifra stilistica fatta di luce abbagliante e corpi che si sfiorano, esplora i temi cardine della sua filmografia: l’identità che si dissolve, l’erotismo come forza distruttiva, la ricerca di una bellezza spesso irraggiungibile. «Una spremuta di cuore», come suggerisce una citazione da Teorema, ma anche un viaggio negli abissi psicologici di un uomo la cui fragilità emerge in sequenze memorabili, come quella in cui Lee, ubriaco e devastato, crolla ai piedi di Allerton in un momento di cruda vulnerabilità.

La scelta di Craig, qui smagrito e vestito di lino chiaro, è una scommessa vinta: l’attore britannico regala una performance che strappa via ogni maschera, mostrandosi nudo – nel corpo e nell’anima – di fronte alla macchina da presa. Non è un caso che il regista, fondatore della factory Frenesy, abbia riversato nel protagonista la stessa frenesia visiva che caratterizza il suo cinema, fatto di primi piani carnali e di un’estetica che trasforma ogni fotogramma in un quadro vivente.

Il romanzo di Burroughs, incompiuto e visceralmente autobiografico, trova in Guadagnino un interprete perfetto, capace di coglierne l’essenza intermittente e dolorosa. Quella di Lee è una caduta senza rete, un’ossessione che lo consuma mentre il Messico, con la sua luce accecante e i suoi ritmi lenti, fa da sfondo a un melodramma moderno. Senza concessioni al lieto fine, il film si concentra sul disfacimento di un uomo che, pur affondando, non smette di aggrapparsi all’illusione del desiderio.

Tra le scene più intense, spicca l’incontro tra Lee e Allerton, dove la recitazione di Craig tocca vette di straziante realismo. Il marinaio, interpretato da Starkey con una freddezza che amplifica la disperazione del protagonista, diventa il simbolo di un amore impossibile, mentre la macchina da presa indugia sui dettagli: una mano che trema, un bicchiere che si rovescia, lo sguardo perso nel vuoto.

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