Usa, fiducia consumatori nel baratro: l’indice Michigan crolla a 47,6 punti
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Redazione Economia
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Negli Stati Uniti, dove pure la ripresa post-pandemica sembrava aver messo solide radici, l’umore delle famiglie è improvvisamente precipitato in un pessimismo che gli analisti faticano a ricondurre a un singolo fattore. L’indice preliminare della fiducia dei consumatori elaborato dall’Università del Michigan – un termometro tradizionalmente affidabile per anticipare le tendenze della spesa – è crollato ad aprile a 47,6 punti, un livello che non si registrava da mesi e che ha spiazzato anche le previsioni più caute. Gli economisti interpellati avevano scommesso su un dato intorno a 51,5 punti, eppure il risultato effettivo ha ampiamente deluso ogni aspettativa, segnando un arretramento netto rispetto ai 53,3 punti di marzo. A guardare le sue componenti, non c’è un solo angolo dell’indice che mostri segni di tenuta: la rilevazione sulle condizioni attuali è scesa a 50,1 punti (da 55,8), mentre quella sulle aspettative – forse la più preoccupante per le sue implicazioni future – è franata a 46,1 punti contro il 51,7 precedente.
Consumatori americani nel baratro, e intanto l’ira degli irlandesi esplode per il caro-carburante
Che i consumatori americani si sentano “nel baratro”, per usare la loro stessa espressione che emerge dai verbali dell’inchiesta, è ormai un fatto acclarato dalle rilevazioni quantitative. Eppure, a giudicare da quanto accade oltreoceano ma anche in altre economie occidentali, la rabbia non è un sentimento esclusivo degli Stati Uniti. Da giorni le cronache raccontano di un’ondata di proteste di massa in Irlanda – un Paese, va detto, tradizionalmente meno incline a manifestazioni violente – dove il rincaro dei carburanti ha letteralmente paralizzato le strade. I blocchi stradali, organizzati in gran parte da autonomi del trasporto merci e da agricoltori, hanno costretto il governo a convocare d’urgenza le parti sociali, con la promessa – al momento ancora vaga – di studiare misure di emergenza per arginare i prezzi alle pompe.
Benzina introvabile dopo tre giorni di blocchi, 600 distributori a secco su 1.500
L’effetto più immediato di quelle proteste, che ormai vanno avanti da tre giorni consecutivi, non è soltanto il rincaro del litro di benzina – già di per sé gravoso per le famiglie e le imprese – ma la sua vera e propria indisponibilità. Con le vie di comunicazione paralizzate da presidi e lenti serpentoni di tir che ostruiscono i nodi logistici, i rifornimenti non riescono più a raggiungere gli impianti di distribuzione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ieri, su circa 1.500 distributori attivi sull’intero territorio irlandese, ben 600 avevano già esaurito completamente il carburante. Un dato, quest’ultimo, che restituisce la misura di una crisi che rischia di aggravarsi nelle prossime ore, specie se il braccio di ferro tra manifestanti ed esecutivo dovesse proseguire senza una tregua.
Il mercato immobiliare Usa si gela, e il timore di un allargamento del conflitto frena gli acquisti
Se la rabbia per il caro-vita unisce irlandesi e americani, c’è un settore negli Stati Uniti che racconta meglio di altri lo stato d’animo dei consumatori: quello immobiliare. Secondo un’analisi diffusa dalla Bbc, il numero di case vendute nel Paese ha toccato un minimo di nove mesi, con gli economisti che avvertono come il rallentamento potrebbe persino aggravarsi nelle prossime rilevazioni. A tenere “congelati” i potenziali acquirenti – l’aggettivo “frozen” è usato testualmente nel report – non è soltanto il costo dei mutui, reso più caro dalla politica monetaria restrittiva, ma anche il timore che l’escalation militare in Medio Oriente, con i timori di un allargamento del conflitto all’Iran, possa generare nuove scosse per un’economia già provata. Di fronte a un quadro così incerto, chi può rimanda l’acquisto della casa, e chi non può si trova semplicemente escluso dal mercato.




