Meloni e Rama rilanciano l'asse Roma-Tirana, ma sullo sfondo restano i centri per migranti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A Villa Doria Pamphilj, residenza romana che ha ospitato il primo vertice intergovernativo tra Italia e Albania, la premier Giorgia Meloni e il primo ministro Edi Rama hanno disegnato una mappa di cooperazione ambiziosa, siglando sedici distinti accordi che spaziano, senza soluzione di continuità, dal settore strategico della difesa a quelli, non meno cruciali, dell'energia e della sanità. «L’Italia è il primo partner commerciale dell’Albania», ha sottolineato con enfasi Meloni, dipingendo un «rapporto straordinario» tra le due nazioni, un legame che, a suo dire, questo vertice ha il merito di aver rinsaldato ulteriormente, gettando le basi per una collaborazione futura ancor più stretta. Attorno al tavolo negoziale, una ventina di ministri e sottosegretari dei due paesi hanno lavorato per consolidare un'intesa che, nelle intenzioni dei due leader, dovrebbe trasformare l'Adriatico in un ponte e non più in un confine.

Il nodo irrisolto dei centri di permanenza albanesi

Tuttavia, nonostante l'ampio ventaglio di tematiche affrontate e la retorica istituzionale, un convitato di pietra ha simbolicamente presenziato all'incontro: la questione, spinosa e di strettissima attualità, dei centri per i migranti che il governo italiano ha avviato, con esiti finora deludenti, in territorio albanese. Un protocollo, quello siglato in precedenza, il cui funzionamento è rimasto fino a oggi largamente inespresso, un dato di fatto che le opposizioni politiche in Italia non hanno mancato di evidenziare, accusando l'esecutivo di aver «sprecato un milliardo di euro» in un'operazione dai contorni giudicati opachi e dai risultati insoddisfacenti.

Le giustificazioni della premier sulle strutture

Interpellata proprio su questo specifico argomento, la presidente del Consiglio Meloni ha riconosciuto, seppur indirettamente, le criticità che hanno caratterizzato l'iniziativa. «Conosciamo le ragioni per le quali il protocollo non ha funzionato come avrebbe dovuto fino ad ora», ha affermato, spostando però il focus della responsabilità altrove. La sua argomentazione, articolata in frasi complesse che mescolano la difesa dell'operato governativo a una proiezione verso future soluzioni, si è concentrata sull'atteso «Patto di migrazione e asilo» dell'Unione Europea. È questo nuovo quadro normativo comunitario, secondo la sua lettura, la chiave di volta che permetterà finalmente ai centri albanesi di operare a pieno regime, quasi che le difficoltà attuali, checché ne dicano i detrattori, non siano imputabili alla sua azione di governo ma a un contesto europeo in evoluzione.

Gli accordi oltre l'emergenza migratoria

Al di là della contingenza migratoria, che pure occupa uno spazio centrale nel dialogo bilaterale, gli accordi firmati a Roma disegnano una partnership a trecentosessanta gradi. Il potenziamento della cooperazione nel comparto difesa e sicurezza, unito agli impegni congiunti in materia di innovazione tecnologica e formazione professionale, delinea un percorso di integrazione tra i due paesi che va ben oltre la gestione delle partenze dai litorali nordafricani. Si tratta, in sostanza, di un tentativo di costruire un'alleanza strutturale, un sodalizio che, partendo dalla prossimità geografica, ambisce a tradursi in una convergenza di interessi economici e strategici durevoli, nella quale i flussi migratori rappresentano solo uno, sebbene il più dibattuto, dei molti dossier sul tavolo.

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