Il processo Mollicone riparte dalla testimonianza del maggiore Tersigni

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La Corte d’assise d’appello di Roma ha dato il via libera all’audizione di Gabriele Tersigni, l’ufficiale dei carabinieri la cui deposizione, attesa da tempo, costituisce un elemento cardine per la rinnovata accusa nel processo d’Appello bis per la morte di Serena Mollicone. La diciottenne, scomparsa il primo giugno 2001, fu trovata senza vita in circostanze che, dopo anni di indagini complesse, hanno portato alla sbarra l’allora comandante della stazione di Arce, Franco Mottola, insieme al figlio Marco e alla moglie Anna Maria, i quali rispondono dell’imputazione di concorso in omicidio. La decisione della terza sezione, presieduta da Galileo D’Agostino, di ammettere questo e numerosi altri testimoni, nonché una serie di intercettazioni, segue le indicazioni della Corte di Cassazione che, nell’ottobre dello scorso anno, aveva annullato le precedenti assoluzioni definendo le motivazioni “contraddittorie e incomprensibili”, imprimendo così una svolta decisiva all’iter giudiziario.

Il peso delle parole di un amico

Intorno a quanto dichiarerà il maggiore Tersigni, infatti, si concentra una parte significativa della ricostruzione proposta dalla procura. Egli, all’epoca dei fatti, fu il primo a raccogliere le confidenze del brigadiere Santino Tuzi, suo sottoposto e amico, il quale gli avrebbe rivelato di aver visto la giovane Serena varcare la soglia della caserma di Arce in quel lontano primo giugno. Quel racconto, se confermato, collocherebbe gli imputati in prossimità temporale e spaziale della vittima poco prima della sua morte, assumendo un valore probatorio di notevole rilievo. La sua testimonianza, che si preannuncia tanto cruciale quanto delicata, è destinata a illuminare uno dei passaggi più oscuri e controversi dell’intera vicenda, ovvero la dinamica degli spostamenti della ragazza e le persone che incontrò prima di essere uccisa.

Una verità che cerca giustizia

Parallelamente al procedimento, la figlia del brigadiere Tuzi, Maria, ha rilasciato dichiarazioni che gettano un’ulteriore ombra sulla tragedia. Suo padre, infatti, morì suicida nel 2008, dopo aver reso pubbliche quelle stesse affermazioni sulla presenza della Mollicone in caserma. La donna, però, ha espresso con forza il proprio dissenso rispetto alla versione del suicidio, annunciando di aver avviato autonome indagini che avrebbero portato alla luce “elementi abbastanza importanti” finora rimasti sepolti. “Per noi oggi è un nuovo inizio”, ha affermato, lasciando intendere che il percorso per fare piena luce sulla morte del padre e su quella di Serena Mollicone sia ancora lungo e costellato di interrogativi ai quali si cerca una risposta definitiva.

Il quadro processuale si allarga

L’ammissione di un così ampio ventaglio di prove, richieste dall’accusa nell’udienza precedente, segna l’ingresso nella fase cruciale del nuovo processo. Oltre alla testimonianza di Tersigni, la corte valuterà il contenuto di diverse intercettazioni, il cui tenore potrebbe confermare o meno le versioni emerse finora. Questo ampliamento del materiale istruttorio dimostra la volontà di riesaminare capillarmente ogni dettaglio, come imposto dalla Suprema Corte, costruendo un impianto accusatorio più solido e articolato rispetto al passato. Il processo, quindi, dopo anni di battute d’arresto e colpi di scena, sembra aver ritrovato un slancio investigativo e giudiziario teso a stabilire, una volta per tutte, le responsabilità penali in uno dei casi di cronaca nera più intricati e dolorosi degli ultimi decenni.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.