Bitcoin, quel futuro (non lontano) di insolvenza
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Redazione Economia
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La settimana scorsa, tra giovedì e venerdì 6 febbraio, il Bitcoin ha subito il ribasso più forte dal 2022, un tonfo che lo ha portato a sfiorare i 60.000 dollari prima di un timido rimbalzo verso i 66.000, cancellando in un colpo solo tutti gli aumenti accumulati dalla rielezione di Donald Trump. La moneta digitale, quella che i soliti analisti a credibilità zero avevano appena quattro mesi fa sparato a quota 126.000 dollari con proiezioni da 250.000 o addirittura 400.000, si è così dimezzata, regalando ai cripto-fenomeni un bel -50% sul groppone. Resta, insomma, quello che è sempre stata: una splendida versione peer-to-peer del gioco delle tre carte, una Catena di Sant'Antonio o, peggio, il più vasto “schema Ponzi” di tutti i tempi, se si guarda alla sostanza dei flussi e non alla facciata tecnologica. Il rimbalzo tecnico che ne è seguito, peraltro, è arrivato dopo che il grosso dei giornali aveva erroneamente parlato di trimestrali deludenti per Coinbase, quando invece il problema, se così si può chiamare, è ben più strutturale e affonda le radici in una correlazione ormai assurda con i mercati tradizionali -2.
La danza dei numeri e il miraggio del sostegno
I dati storici forniti da Yahoo Finance dipingono un quadro piuttosto eloquente delle ultime settimane: il 3 febbraio il Bitcoin ha aperto a 97.618 dollari per poi oscillare violentemente, dopo aver toccato massimi vicini ai 107.000 dollari appena dieci giorni prima -1. Questa discesa, che ha riportato la criptovaluta sui livelli di inizio anno, trova una singolare corrispondenza nelle analisi di chi, come la società di gestione Bernstein, aveva previsto che i 60.000 dollari rappresentassero un livello di supporto chiave, un'area di convergenza dove l'interesse d'acquisto istituzionale, i dati on-chain e i prezzi medi di carico dei detentori di lungo termine avrebbero dovuto fermare la carneficina -3. Peccato che la storia finanziaria, quella vera, sia piena di tentativi di costruire macchine a moto perpetuo destinate a esplodere, e la sostanza non cambia nemmeno quando a muovere i capitali sono fondi pensione o colossi come BlackRock, il cui ETF IBIT, pur gestendo decine di miliardi di dollari, non può nulla contro la forza di gravità dei fondamentali macroeconomici -4.
L'inafferrabile identità di un asset senza qualità
Quel che è più interessante, per chi cerca di capire e non di semplicemente partecipare al gioco, è la fase di transizione narrativa che il Bitcoin sta attraversando, una crisi d'identità che lo rende ancora più volatile e difficile da inquadrare. Da un lato, la correlazione con il Nasdaq, come evidenziato dalle analisi di Investing.com, ha raggiunto picchi storici – toccando lo 0,90 a dicembre 2024 – trasformando la criptovaluta in una sorta di leveraged play sui titoli tecnologici, con un beta che oscilla tra tre e cinque volte quello del mercato tradizionale -2. Dall'altro, però, la tanto decantata tesi del “oro digitale”, quella che dovrebbe proteggere dagli shock e dalle incertezze geopolitiche, è stata messa a dura prova: mentre l'oro fisico saliva di oltre il 60%, il Bitcoin perdeva terreno, dimostrando una reattività molto più simile a quella di un'azione growth in un contesto di tassi alti che non a quella di un bene rifugio -5. Questa doppia natura, questo oscillare tra la voglia di essere considerato una riserva di valore e la cruda realtà di essere un asset speculativo ad altissimo rischio, ne determina i movimenti convulsi.
L'ingegneria finanziaria e i suoi fantasmi
Nel frattempo, l'ingegneria finanziaria spinta dalle cosiddette bitcoin treasury companies – quelle aziende che si indebitano per comprare monete nella speranza di far lievitare il proprio Titolo – sta creando castelli in aria che profumano di Ponzi a chilometri di distanza. Il meccanismo, per come è stato descritto su Nasdaq e Bitcoin Magazine, è fin troppo chiaro: si emette debito o azioni, si compra Bitcoin, e con l'aumento del prezzo del Bitcoin si giustifica l'emissione di nuovo debito per comprare altro Bitcoin, in un circolo che ricorda da vicino lo schema di refinancing perpetuo -9. La domanda che pochi si pongono, ma che andrebbe posta con forza, è perché mai un investitore dovrebbe comprare azioni di una di queste società a un prezzo che inra un valore del Bitcoin di 183.000 dollari, quando la criptovaluta vera e propria se ne sta lì, liquida e osservabile, a 60.000 o 70.000 dollari? La risposta, forse, sta nel fatto che il mercato azionario, a volte, è l'ultimo rifugio di chi cerca complessità per nascondere la mancanza di sostanza.




