La madre di Ragnedda: "Non sono d'accordo con la scarcerazione di mio figlio"
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Redazione Interno
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“Non credo alla difesa da un'aggressione”. Con queste parole, asciutte e cariche di un dolore che si è ormai trasformato in sentenza, Nicolina Giagheddu, madre di Emanuele Ragnedda, smonta pubblicamente la linea difensiva che potrebbe essere adottata per il figlio, l’imprenditore di Arzachena reo confesso dell’omicidio di Cinzia Pinna. La donna, la cui sofferenza traspare da ogni dichiarazione, non usa mezzi termini neppure quando affronta il tema del tentato suicidio del figlio in carcere, sostenendo, con un cinismo dettato dall’amarezza, che “chi si vuole suicidare, si suicida”. Un distacco che si manifesta anche nell’uso del nome e cognome per riferirsi al proprio figlio, come a voler tracciare una linea di demarcazione netta, una separazione definitiva da colui che, aveva già affermato in precedenza, “merita l’inferno”.
La ferma opposizione alla scarcerazione
La sua posizione si fa ancor più netta e intransigente quando viene a conoscenza della richiesta di scarcerazione presentata dall’avvocato difensore. “Io d’accordo? Certo che no, chiunque non sarebbe d’accordo”, dichiara senza lasciare spazio a interpretazioni, sottolineando un dissenso che appare totale e che la isola ulteriormente, dato che afferma di non parlare né con il figlio, né con il suo legale, né con il padre del giovane. Un isolamento che sembra essere l’unica risposta possibile a una tragedia che ha lacerato ogni legame familiare, costruendo attorno a lei un muro di solitudine e di un personale, irrimediabile giudizio.
Il ritorno in carcere e le indagini in corso
Nel frattempo, Emanuele Ragnedda è stato dimesso dal reparto di psichiatria dell’ospedale Santissima Annunziata di Sassari, dove era stato ricoverato in seguito al noto episodio di autolesionismo, ed è stato ricondotto nel carcere di Bancali. Qui era stato rinchiuso a seguito della confessione resa ai carabinieri, che lo ha indicato come unico responsabile della morte della trentatreenne di Castelsardo, uccisa durante la notte dell’undici settembre. Parallelamente, le indagini procedono senza sosta e si stanno concentrando anche sullo yacht di proprietà della famiglia Ragnedda, dove gli investigatori dei Ris di Cagliari stanno effettuando una serie di accertamenti tecnici.
La ricerca della verità per la famiglia della vittima
A seguire con attenzione ogni sviluppo dell’inchiesta è l’avvocata Antonella Cuccureddu, legale della famiglia Pinna, la quale ha voluto esprimere fiducia nel lavoro degli specialisti. “Tutto quello che viene fatto, viene fatto nell'interesse della verità”, ha precisato, evidenziando come vengano impiegati gli strumenti più moderni a disposizione. Una ricerca meticolosa dei fatti, questa, che rappresenta l’unica strada per i parenti della vittima per ottenere giustizia e ricostruire, per quanto possibile, l’esatta dinamica di una notte che ha tolto la vita a Cinzia Pinna.




