Iran colpito dagli Usa su porti ed energia, Teheran valuta la chiusura di Bab el-Mandeb
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Redazione Esteri
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La guerra con gli Stati Uniti ha insegnato all'Iran che possiede leve di pressione su scala globale finora sottovalutate, e questa consapevolezza ha cambiato la natura del confronto. Se la chiusura di Hormuz sta servendo a tenere a freno gli attacchi americani e a ricattare Donald Trump al tavolo dei negoziati per ottenere maggiori concessioni, perché allora non estendere il blocco al canale di Suez? È questo l'interrogativo che circola negli ambienti diplomatici dopo le ultime mosse di Teheran, mentre la tensione nel Golfo Persico e nel Mar Rosso si fa sempre più incandescente.
I raid notturni e le infrastrutture colpite
La televisione di Stato iraniana ha diffuso immagini che ritraggono un ponte gravemente danneggiato nella regione di Bandar Khamir, vicino allo Stretto di Hormuz, dopo i raid aerei statunitensi dell'ultima notte; il servizio ha identificato il luogo come il villaggio di Latidan, nei pressi di Bandar Abbas, la principale città portuale del Paese affacciata sul Golfo Persico.
Le autorità locali hanno riferito che l'attacco ha provocato l'incendio di un'autocisterna che stava attraversando la struttura, causando la morte dell'autista, e le immagini trasmesse mostrano le macerie e i rottami che ostacolano la viabilità in una zona strategica per i rifornimenti logistici dell'esercito. Venerdì gli Stati Uniti hanno bombardato l'Iran per la sesta notte consecutiva, e Teheran ha prontamente accusato Washington di aver preso di mira infrastrutture civili, causando vittime tra la popolazione e aggravando una crisi umanitaria che rischia di estendersi a macchia d'olio.
La risposta iraniana e lo scenario energetico
Di fronte alla pressione militare americana, che sembra concentrarsi in particolare sugli hub energetici e portuali del sud del Paese, la Repubblica Islamica ha risposto giocando la carta della guerra asimmetrica, minacciando di interrompere non solo il traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, ma anche la rotta di Bab el-Mandeb, il corridoio marittimo che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e che rappresenta un'arteria vitale per il commercio tra Europa e Asia.
Secondo indiscrezioni raccolte da fonti di intelligence, Teheran avrebbe già preallertato i suoi alleati Houthi nello Yemen, chiedendo loro di prepararsi a chiudere quel passaggio obbligato nel caso in cui gli attacchi statunitensi alle infrastrutture energetiche iraniane dovessero intensificarsi, un'opzione che getterebbe nel caos le catene di approvvigionamento globali e che farebbe impennare ulteriormente il costo delle materie prime.
Il rimbalzo del greggio e gli effetti sull'economia italiana
Con la ripresa dei bombardamenti in Medio Oriente, i prezzi del petrolio hanno registrato continui e sensibili rialzi sui mercati internazionali, alimentati dalle limitazioni ai flussi di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz e dalle voci sempre più insistenti su una possibile estensione del blocco navale.
Le paure per l'approvvigionamento energetico globale si traducono in un'impennata del costo del barile, e l'Italia, che importa gran parte della propria energia, si trova già a fare i conti con le ripercussioni su bollette e prezzi degli alimentari, in un contesto economico già provato dall'inflazione e dalle tensioni geopolitiche che sembrano non trovare una soluzione diplomatica nell'immediato.
La strategia di Teheran, che punta a trasformare ogni attacco in un'occasione per alzare la posta in gioco, sta dimostrando di avere un impatto concreto sull'economia reale, e il governo italiano monitora con apprensione l'evolversi di una crisi che rischia di vanificare i fragili segnali di ripresa emersi negli ultimi mesi.




