Houthi, video rivendica l'abbattimento di un drone saudita. E nel Mar Rosso si infiamma la crisi petrolifera

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   I ribelli Houthi dello Yemen hanno diffuso nella giornata di domenica un filmato che, a loro dire, proverebbe l'abbattimento di un drone dell'Arabia Saudita nel nord del Paese. Il portavoce militare della milizia yemenita, il generale di brigata Yahya Saree, ha identificato il velivolo come un Bayraktar Akıncı di fabbricazione turca, sostenendo che sia stato colpito mentre conduceva quelle che ha definito "attività ostili" nella provincia di Jawf.

La diffusione del video, avvenuta attraverso i canali ufficiali del gruppo filo-iraniano, rappresenta l'ultimo episodio di una tensione che ormai da mesi tiene in scacco la penisola arabica e le rotte marittime globali, con Riyadh che si trova a dover gestire una crisi di sicurezza sia interna che lungo i suoi confini meridionali.

Le immagini, la cui autenticità non è stata ancora verificata in modo indipendente da fonti terze, arrivano poche ore dopo che il conflitto a distanza tra le due parti ha registrato una nuova, pericolosa escalation, con l'incendio dell'impianto petrolifero di Jizan che continua a bruciare da ormai 48 ore.

L'incendio di Jizan e la risposta saudita

Mentre gli Houthi rivendicano l'abbattimento del drone, l'attenzione degli osservatori internazionali rimane focalizzata sull'impianto petrolifero di Jizan, situato nel sud-ovest dell'Arabia Saudita e gestito dalla compagnia statale Saudi Aramco. L'impianto, che prima dell'attacco vantava una capacità di raffinazione di circa 400.000 barili al giorno di greggio, è stato colpito da una combinazione di missili da crociera e droni in quella che i ribelli yemeniti hanno descritto come una risposta diretta al bombardamento saudita del porto di Hodeida, avvenuto il giorno precedente.

Le colonne di fumo nero, visibilissime anche dallo spazio, sono state catturate dalle immagini del satellite europeo Sentinel-2 e diffuse dall'agenzia Reuters, offrendo una prova tangibile dell'entità dei danni subiti dall'infrastruttura energetica del regno saudita. L'incendio, che i vigili del fuoco sauditi stanno cercando di domare senza successo, rappresenta un duro colpo per la strategia di Riyadh, che negli ultimi mesi aveva cercato di diversificare le proprie vie di esportazione per aggirare il blocco imposto dagli Houthi e dai loro alleati iraniani.

La strategia dell'oleodotto e il collo di bottiglia di Bab el-Mandeb

La crisi attuale affonda le sue radici nelle profonde trasformazioni geostrategiche intervenute a partire dal 28 febbraio, quando il conflitto aperto tra Stati Uniti e Iran ha di fatto strozzato lo Stretto di Hormuz, il principale punto di transito per il greggio del Golfo Persico. Per aggirare questo collo di bottiglia, l'Arabia Saudita ha incrementato in modo massiccio il flusso di petrolio attraverso il proprio oleodotto Est-Ovest, un'infrastruttura cruciale che attraversa il deserto saudita fino a raggiungere il terminale di Yanbu, sul Mar Rosso.

Questa strategia, inizialmente salutata come un successo logistico e diplomatico, ha permesso al regno di reindirizzare circa il 70% della sua produzione giornaliera verso le acque del Mar Rosso, garantendo una via di fuga dalla morsa iraniana su Hormuz. Tuttavia, la soluzione si è rivelata solo parziale, poiché il Mar Rosso si restringe nel suo estremo meridionale in un imbuto largo appena 29 chilometri, noto come stretto di Bab el-Mandeb.

Un varco strategico che proprio il 20 luglio, i ribelli Houthi hanno dichiarato zona di blocco navale per tutte le navi battenti bandiera saudita o dirette verso i porti del regno, trasformando quella che doveva essere una via di fuga in una trappola mortale per il traffico petrolifero di Riyadh.

La posizione di Washington e lo stallo militare

In questo quadro di crescente instabilità, gli Stati Uniti si trovano a fronteggiare una crisi strategica dai contorni complessi, con il presidente Trump che per ora mantiene un profilo basso, astenendosi dal lanciare nuovi raid contro le postazioni Houthi.

Il silenzio di Washington, che contrasta con le dichiarazioni bellicose degli ultimi mesi, potrebbe essere dettato da una serie di fattori concomitanti, tra cui l'esaurimento delle scorte di armamenti a disposizione per le operazioni nella regione e la necessità di non disperdere ulteriormente le risorse militari in un momento in cui il confronto con l'Iran resta la priorità assoluta dell'amministrazione.

La mancanza di un intervento diretto da parte degli Stati Uniti, che pure avevano minacciato ritorsioni in caso di escalation contro gli alleati del Golfo, sta di fatto lasciando l'Arabia Saudita sola a gestire le conseguenze del blocco navale e degli attacchi ai propri impianti, con il rischio che l'instabilità si propaghi lungo tutto il fianco meridionale della penisola arabica.

La decisione di Trump di non intensificare la pressione militare sugli Houthi potrebbe essere interpretata come un tentativo di evitare un allargamento del fronte di guerra che coinvolgerebbe direttamente lo Yemen e le rotte commerciali del Mar Rosso, ma al tempo stesso rischia di essere letta da Teheran come un segno di debolezza, incoraggiando ulteriori provocazioni da parte dei suoi alleati regionali.

Le rotte petrolifere e il futuro del conflitto

La chiusura virtuale di Bab el-Mandeb e l'incendio dell'impianto di Jizan rappresentano una doppia minaccia per l'economia saudita e per la stabilità dei prezzi del petrolio sui mercati internazionali. Se da un lato la strategia dell'oleodotto Est-Ovest aveva permesso a Riyadh di mantenere alti i volumi di esportazione nonostante le tensioni su Hormuz, dall'altro la nuova offensiva Houthi dimostra che l'intera infrastruttura energetica del regno è ormai vulnerabile a attacchi combinati che sfruttano la prossimità geografica con lo Yemen.

I ribelli, che negli anni hanno dimostrato una crescente sofisticazione nei loro arsenali, utilizzando droni e missili da crociera di origine iraniana, stanno mettendo in atto una strategia di logoramento che mira a colpire il cuore pulsante dell'economia saudita, costringendo Riyadh a scegliere tra una risposta militare costosa e rischiosa o una trattativa diplomatica da posizione di svantaggio.

Il video dell'abbattimento del drone Bayraktar Akıncı, per quanto di difficile verifica, si inserisce perfettamente in questa narrazione bellica, con gli Houthi che cercano di dimostrare la loro capacità di contrastare l'aviazione saudita e di imporre le proprie condizioni sul campo, mentre le cancellerie internazionali osservano con crescente preoccupazione l'evolversi di una crisi che minaccia di trascinare l'intera regione in un conflitto dalle conseguenze imprevedibili.

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