Fotografia Europea 2026, i fantasmi del quotidiano si imprimono negli scatti tra Vasto e Palazzo Scaruffi

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   A Reggio Emilia, dove l’aria dei chiostri sembra trattenere ancora l’eco di qualche conversazione d’altri tempi, la ventunesima edizione di Fotografia Europea – in calendario fino al quattordici giugno – prova a fare i conti con ciò che solitamente sfugge allo sguardo. Il titolo scelto per quest’anno, “Fantasmi del quotidiano”, non allude a presenze spettrali in senso letterale, ma piuttosto a quelle tracce invisibili che punteggiano le nostre giornate: un riflesso su un vetro sporco, l’ombra di una sedia rimasta vuota, il mutamento silenzioso di una stanza che invecchia insieme ai suoi abitanti. Le mostre, curate da Arianna Catania, Tim Clark, Luce Lebart e Walter Guadagnini, si distribuiscono lungo un percorso che ha nei Chiostri di San Pietro – ancora una volta sede della biglietteria e cuore pulsante della manifestazione – il proprio epicentro logistico e narrativo. Proprio lì, tra colonnati e luce filtrata, si annida la scommessa più ambiziosa: riportare la fotografia a quell’essenza intima e profonda che spesso il rumore contemporaneo finisce per soffocare.

La grazia del dubbio e lo sguardo vastese

Dalla provincia di Chieti, e più precisamente da Vasto, arrivano due interpreti che con il loro lavoro innestano un dialogo serrato con il tema dell’edizione. Daniele Di Biase e Luisa D’Aurizio, entrambi fotografi legati a quel territorio, partecipano con il progetto performativo “La grazia del dubbio”: immagini realizzate proprio tra le strade e gli interni di Vasto, le quali portano in vetrina europea uno sguardo che non rinnega le proprie radici locali, anzi, le trasforma in un dispositivo aperto a molteplici letture. Non c’è folkloristica celebrazione del paesaggio, in questi scatti – semmai, una tensione costante tra ciò che si vede e ciò che si intuisce. Le fotografie di Di Biase e D’Aurizio, con la loro stratificazione di piani e di attese, diventano così un piccolo laboratorio di resistenza visiva: insegnano a dubitare della prima impressione, a cercare l’indizio laterale che si nasconde dietro la normalità di una stanza o di un volto.

Due secoli di fotografia dentro Palazzo Scaruffi

Per la prima volta, gli spazi di Palazzo Scaruffi ospitano una mostra antologica che è anche un gesto di memoria storica. Si intitola “200x200. Due secoli di fotografia e società”, a cura di Walter Guadagnini, e attraversa duecento anni di linguaggio fotografico senza cadere nella semplice celebrazione cronologica. Il percorso espositivo, che parte dalla metà dell’Ottocento per arrivare ai giorni nostri, non si limita a schierare capolavori tecnici; piuttosto, interroga il modo in cui la fotografia ha modellato la nostra percezione della realtà sociale, del dolore, della festa, della fatica anonima. Ogni parete di Palazzo Scaruffi diventa così una parete di specchi: l’osservatore si accorge presto di essere lui stesso abitato da fantasmi visivi – immagini viste chissà dove, ricordi fotografici che non ricordiamo più di avere memorizzato. E questa, in fondo, è la lezione meno urlata della rassegna.

Alla ricerca dell’invisibile in un presente frastornante

Cosa fa una fotografia quando smette di competere con lo schermo del telefono e con l’incessante flusso delle notifiche? Secondo i curatori di questa edizione, ritrova il suo compito più antico: prestare attenzione a ciò che non chiede immediatamente di essere visto. “Fantasmi del quotidiano” è infatti un invito – così si legge nel materiale di presentazione – a cercare le cose non viste e quelle invisibili, a prestare ascolto visivo a quello che accade nei margini. Una piega di una tenda, la polvere su un vecchio album da disegno, la luce che alle cinque del pomeriggio attraversa una cucina disabitata. I fotografi coinvolti, tra grandi nomi internazionali e giovani talenti emergenti, non cercano lo scatto spettacolare: cercano piuttosto l’intimità di un dettaglio che parla di assenza. E forse è proprio questo il nucleo più autentico della rassegna reggiana: ridare dignità narrativa a ciò che di solito non diventa notizia, nemmeno fotografica.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.