Il boato nel cuore del Gran Sasso, svelato il mistero del 2023

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Era un evento acustico di forte intensità, registrato nelle viscere del massiccio nell’agosto del 2023: un boato improvviso che per quasi tre anni aveva alimentato interrogativi e ipotesi, restando senza una spiegazione certa. Oggi, il mistero è stato risolto da uno studio pubblicato sulla rivista *Scientific Reports* del gruppo Nature, il quale ne attribuisce l’origine al movimento delle acque sotterranee all’interno dell’acquifero profondo. La ricerca, che ha richiesto un approccio definito dai suoi stessi autori come “multiparametrico e innovativo”, è il frutto della collaborazione tra l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e le Università di Pisa, Sapienza di Roma e L’Aquila.

Un approccio multidisciplinare per ascoltare la montagna

A coordinare il lavoro è stato Marino Domenico Barberia, dell’INGV; l’obiettivo, però, andava ben oltre la semplice risoluzione di un singolo episodio acustico, per quanto eccezionale. I ricercatori hanno inteso utilizzare quel boato – che ha agito come una sorta di segnale naturale d’eccezione – per osservare e spiegare le dinamiche interne di un sistema complesso come quello del Gran Sasso. Non si è trattato, insomma, di analizzare un fenomeno isolato, ma di comprendere le interazioni tra la struttura geologica della montagna e il suo vasto acquifero, un equilibrio spesso silenzioso ma che, in quella circostanza, ha trovato una manifestazione sonora di rara potenza.

La sinergia tra dati geofisici e fisica nucleare

Ciò che ha permesso di fare chiarezza, spiega l’articolo pubblicato, è stata la sinergia tra competenze differenti: da un lato i sismometri e gli strumenti di rilevazione dell’INGV, capaci di catturare le vibrazioni della roccia; dall’altro i sensori estremamente sensibili dell’INFN, situati nei laboratori sotterranei del Gran Sasso, i quali sono progettati per rilevare particelle subatomiche ma che, in questa circostanza, hanno fornito dati cruciali sulle variazioni del flusso idrico. Le università coinvolte hanno poi contribuito a elaborare il quadro complessivo, integrando le rilevazioni geofisiche con modelli idrogeologici. In pratica, il boato è stato interpretato come la conseguenza diretta di un movimento improvviso delle acque, un fenomeno che ha generato una pressione tale da propagare un’onda acustica attraverso le fratture della roccia.

Acque sotterranee e dinamiche profonde

I dettagli dello studio si concentrano sul ruolo dell’acquifero profondo, un serbatoio d’acqua la cui pressione e i cui spostamenti rappresentano una variabile fondamentale per la stabilità e l’evoluzione stessa del massiccio. Analizzando i dati raccolti durante il passaggio dell’evento acustico – che, lo ricordiamo, era stato avvertito distintamente nel cuore della montagna nell’agosto di due anni fa – i ricercatori hanno potuto ricostruire le dinamiche che lo hanno scatenato. L’evento non è stato attribuito a fenomeni tettonici in senso stretto, né tantomeno ad attività antropiche legate ai laboratori sotterranei, ma a un’improvvisa riorganizzazione del flusso idrico all’interno delle falde. Una scoperta, questa, che apre nuove prospettive sullo studio di fenomeni simili, spesso difficili da interpretare proprio per la loro natura effimera e la difficoltà di isolarli dal rumore di fondo.

Dalla ricerca un nuovo metodo per il monitoraggio

Il valore aggiunto della pubblicazione su *Scientific Reports* risiede, quindi, nella metodologia utilizzata: aver dimostrato come l’integrazione di dati provenienti da reti di monitoraggio tradizionalmente separate – quelle della geofisica e quelle della fisica nucleare, unite alle analisi idrogeologiche – possa offrire una chiave di lettura efficace per fenomeni rari e di difficile interpretazione. Lo studio ha trasformato un boato, che per quasi tre anni era rimasto un’anomalia inspiegabile, in un prezioso indicatore delle forze silenziose che modellano continuamente l’ambiente sotterraneo. Un risultato che conferma come il Gran Sasso, con i suoi laboratori e la sua complessità geologica, continui a rappresentare un osservatorio privilegiato per la ricerca scientifica nazionale.

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