Melania, il documentario sulla first lady ostacolato dalle parole di Trump
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il film che ambiva a raccontare il "vero volto" di Melania Trump, quell'aura enigmatica che l'ha sempre accompagnata, si scontra ora con una realtà imprevista e politicamente carica. Il documentario, intitolato semplicemente "Melania" e sostenuto economicamente da Amazon MGM Studios, ha visto infatti saltare all'ultimo momento la sua distribuzione in Sud Africa. La decisione, presa dalla casa di distribuzione Filmfinity a poche ore dal debutto nelle sale locali, appare come una diretta conseguenza delle recenti e discusse dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale, sebbene non sia citato esplicitamente negli avvisi ufficiali, rappresenta l'elemento di frizione che ha portato al brusco stop. Un episodio che dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, come l'operato della first lady rimanga indissolubilmente legato alle parole e alle azioni del marito, con tutto ciò che ne consegue a livello di reazioni internazionali, anche in ambiti culturali.
Un progetto costoso e dalle premesse complicate
Diretto da Brett Ratner, regista la cui carriera è stata segnata da pesanti accuse durante il movimento #MeToo che ne hanno limitato la presenza a Hollywood, il lavoro si concentra sui venti giorni precedenti il secondo insediamento di Trump. Con un budget di acquisizione e promozione che si aggira attorno ai settantacinque milioni di dollari, le prospettive di incasso appaiono però tutt'altro che rosee, al punto da generare un certo nervosismo negli ambienti della Casa Bianca. Le stime per il primo weekend di programmazione negli Stati Uniti, infatti, oscillano tra un massimo di cinque e un minimo di un solo milione di dollari, cifre che, se confermate, configurerebbero un clamoroso flop commerciale per un'operazione dal così alto investimento iniziale. Qualcuno, osservando i numeri, avanza l'ipotesi che il pubblico possa mostrare una certa ritrosia verso un prodotto percepito come troppo agiografico o, al contrario, non sufficientemente penetrante.
Le ombre del passato e un presente incerto
La scelta di Ratner come regista, da parte dello studio, aveva già sollevato non poche polemiche, aggiungendo un ulteriore strato di complessità alla vicenda. L'immagine del regista, legata a doppio filo a uno scandalo che ha scosso l'industria cinematografica, si è così sovrapposta a quella della first lady, creando un contesto mediatico particolarmente intricato. Il trailer del documentario, che si apre con Melania Trump che sussurra "Here we go again" indossando il suo iconico cappello, cerca di costruire un'atmosfera intima e rivelatoria, promettendo di mostrare ciò che normalmente rimane celato. Tuttavia, l'esclusione del Sud Africa dal novero dei paesi di distribuzione segnala come le dinamiche geopolitiche e le prese di posizione dell'amministrazione in carica possano avere ripercussioni immediate e tangibili, limitando la diffusione di un'opera che pure aveva ambizioni globali.
Un botteghino sotto osservazione
Ora, l'attenzione si sposta inevitabilmente sui dati del botteghino nordamericano, in attesa di vedere se le proiezioni più pessimistiche troveranno conferma. Il rischio di un insuccesso commerciale non è un dettaglio di poco conto, considerando l'entità dell'investimento e l'aspettativa generata attorno a una figura pubblica così polarizzante. L'episodio sudafricano, peraltro, potrebbe non rimanere isolato, costituendo un precedente per altre nazioni che potrebbero valutare analoghe forme di discreta censura o di prudenza commerciale di fronte a contenuti associati a dichiarazioni politicamente sensibili. Il film su Melania Trump, quindi, si trova a navigare in acque pericolose, dove il valore artistico o narrativo viene messo in secondo piano da fattori esterni e imprevedibili, che ne stanno già determinando il destino in alcune parti del mondo.




