Tumore alla prostata, un mix di farmaci e terapie taglia il rischio di morte

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La neoplasia prostatica, che resta la più diffusa nella popolazione maschile italiana con oltre 40mila nuove diagnosi annuali (dati aggiornati al rapporto AIOM-AIRTUM), vede aprirsi un nuovo scenario terapeutico capace di ridurre in modo significativo il rischio di mortalità. Non si tratta più, come accadeva in passato, di applicare un protocollo rigido e indifferenziato: l’approccio che emerge dai più recenti congressi internazionali – tra cui spicca il Congresso europeo di urologia 2026 tenutosi a Londra lo scorso marzo – punta invece a combinare farmaci e trattamenti in base alle caratteristiche del singolo individuo. E sono proprio queste miscele, studiate caso per caso, a offrire una riduzione concreta del pericolo legato alla progressione della malattia. Nella maggior parte delle situazioni, va detto, la sopravvivenza si attesta su valori molto elevati (91% a cinque anni dalla diagnosi); ma quando il cancro diventa metastatico e colonizza altri organi, l’efficacia delle cure diventa una sfida cruciale, e con essa la necessità di trovare soluzioni non solo più potenti ma anche meglio tollerate.

Diagnosi precoce e screening: due giornate chiave per il Psa gratuito

Proprio per intercettare il tumore prima che possa evolvere verso forme aggressive, il sistema di screening urologico si sta progressivamente rafforzando. Il 14 maggio e il 18 giugno di quest’anno sono state dedicate due giornate al prelievo gratuito del Psa, affiancato da percorsi di diagnostica multiparametrale nei centri Marilab. Un uomo su otto, nel corso della propria esistenza, viene colpito da questa patologia; l’incidenza cresce nettamente dopo i cinquant’anni e raggiunge il picco oltre i sessantacinque. Tuttavia, la componente genetica non va sottovalutata: chi presenta casi familiari – ed è un’informazione che gli specialisti ripetono ormai con insistenza – dovrebbe anticipare i propri controlli, anche in assenza di sintomi.

Terapie mirate e personalizzazione: addio al protocollo unico

Il futuro del trattamento, stando a quanto discusso durante il congresso londinese, si configura come un mosaico di opzioni modulabili. I nuovi strumenti diagnostici, uniti alle terapie di ultima generazione, consentono infatti di abbandonare l’idea di una cura standardizzata per abbracciare quella di un intervento «su misura». Si parla, ormai con una certa frequenza negli ambienti specialistici, di terapie mirate al singolo individuo: una svolta che riduce il rischio di mortalità, ma che impone al contempo una riorganizzazione dei percorsi assistenziali. In totale, in Italia, il tumore della prostata interessa circa mezzo milione di persone; numeri che spingono gli urologi a chiedere aggiornamenti strutturali, a partire dai Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali (PDTA).

All’ospedale Buccheri La Ferla di Palermo la sfida del Pdta regionale

Antonio Lupo, direttore dell’U.O. di Urologia, e Nicolò Borsellino, direttore dell’U.O.C. di Oncologia medica presso il Buccheri La Ferla di Palermo, hanno recentemente ribadito un concetto chiave: senza una presa in carico rapida, integrata e multidisciplinare, le innovazioni terapeutiche rischiano di rimanere inapplicate sul territorio. La forza della valutazione condivisa tra specialisti – urologi, oncologi, radioterapisti – è infatti il presupposto per tradurre i progressi della ricerca in benefici reali per i pazienti. E proprio il PDTA rappresenta lo strumento su cui lavorare: la regione, secondo i due clinici, deve rinnovare quei percorsi alla luce dell’evoluzione della diagnostica, dell’imaging e delle terapie oggi disponibili. Senza questo aggiornamento, il divario tra ciò che si può fare e ciò che effettivamente si fa rischia di allargarsi, penalizzando soprattutto le forme più avanzate e metastatiche della malattia.

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