KitKat, il giallo del furto da 12 tonnellate: tra ritrovamenti smentiti e l’ironia del marketing virale
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Era partito dallo stabilimento Nestlé di San Sisto, a Perugia, con destinazione Polonia, carico di 413.793 confezioni della nuova gamma KitKat; un carico, pari a 12 tonnellate di snack al cioccolato, che invece di attraversare l’Europa per rifornire i punti vendita è semplicemente svanito nel nulla. Denunciato lo scorso 26 marzo, il furto del tir ha immediatamente assunto i contorni di un piccolo mistero logistico, trasformandosi in pochissime ore in un fenomeno di portata ben più ampia. A rendere il caso atipico non è stata soltanto la natura insolita del bottino – cioccolato, non denaro o gioielli – ma la reazione a catena scatenata dalla vicenda, capace di mescolare cronaca, pubblicità e satira in un intreccio virale che ha tenuto banco per giorni.
Le indiscrezioni relative a un presunto ritrovamento del carico, riportate con forza da importanti fonti d’informazione, hanno alimentato per qualche ora la sensazione che il giallo si fosse già chiuso. A fare chiarezza, seppur in negativo, è stata la stessa Nestlé: attraverso una nota ufficiale, il colosso svizzero ha “smentito la notizia relativa al ritrovamento”, confermando invece di proseguire “a collaborare con la polizia e tutti i nostri partner per rintracciare i KitKat scomparsi”. Le ricerche, di fatto, sono ancora in corso. Ma al di là delle indagini condotte dalle autorità sul percorso che avrebbe dovuto portare il mezzo dalla provincia di Perugia fino agli stabilimenti polacchi – un tragitto lungo il quale il camion ha fatto perdere le proprie tracce – è sul versante comunicativo che il caso ha registrato l’accelerazione più sorprendente.
Una smentita e l’istant marketing: quando le aziende cavalcano l’onda
L’elemento che ha trasformato un episodio di cronaca – peraltro non raro, dato il crescente fenomeno dei furti di merce in transito in Europa – in un caso di studio per analisti e addetti ai lavori è stata la gestione della comunicazione. La stessa Nestlé, con un approccio che ha colpito per la sua leggerezza, ha pubblicamente dichiarato di “apprezzare l’eccezionale gusto dei criminali”, giocando d’anticipo sull’inevitabile valanga di meme che stava per abbattersi sul web. Con questa mossa, l’azienda ha ribaltato la prospettiva: ciò che sarebbe potuto rimanere un mero ammanco di magazzino si è trasformato in una gigantesca campagna pubblicitaria spontanea.
A innescare il meccanismo virale, però, non è stata solo la scelta di tono del brand. Come spesso accade in questi frangenti, sono state le altre aziende a dare la spinta decisiva. Competitor diretti e brand di settori apparentemente distanti – tra questi la compagnia aerea Ryanair, la catena di pollo fritto KFC e la famosa insegna americana Denny’s – hanno inondato i social network con post satirici, citazioni e giochi di parole. L’ironia si è concentrata soprattutto sul celebre payoff “Have a break, have a KitKat”, suggerendo che i ladri avessero interpretato lo slogan in modo fin troppo letterale. In questa ridda di messaggi, persino un club calcistico statunitense come il Charlotte FC ha trovato il modo di inserirsi, annunciando scherzosamente di avere a disposizione circa 413mila barrette per la prossima partita.
L’effetto valanga e il paradosso di un furto che non danneggia l’immagine
La rapidità con cui la notizia si è diffusa ha trasformato un episodio potenzialmente dannoso per l’immagine – il furto, che avrebbe potuto suggerire fragilità nella catena di distribuzione – in un’occasione per mantenere il marchio al centro del dibattito pubblico per giorni. E mentre la Nestlé assicurava che non vi sarebbero state ripercussioni sulle scorte né rischi per i consumatori, l’attenzione si è spostata altrove. La domanda che media e analisti, a partire da un’approfondita riflessione de ‘Il Messaggero’, hanno iniziato a porsi è se si fosse davanti a un furto vero o piuttosto a una magistrale operazione di guerrilla marketing.
Si tratta di un interrogativo destinato forse a rimanere senza risposta, ma che testimonia l’efficacia di una strategia capace di cavalcare l’onda dell’umorismo collettivo. A differenza di altri episodi di cronaca nera, in cui il dettaglio del reato richiederebbe il massimo riserbo, in questo caso il fattore di rischio – la possibilità che il cioccolato rubato possa essere immesso illegalmente sul mercato parallelo proprio a ridosso delle festività pasquali – è stato ampiamente superato dal clamore mediatico. I codici lotto univoci stampati su ogni singola confezione, peraltro, rappresenterebbero un deterrente per la rivendita sul mercato ufficiale, rendendo i prodotti facilmente rintracciabili.
Tra Ferrara e l’Europa: i contorni ancora sfumati di un’indagine in corso
Resta quindi misteriosa la sorte del tir, anche se alcune ipotesi – come quella che il mezzo fosse passato da Ferrara, circolata nei giorni seguenti – hanno contribuito ad alimentare la curiosità intorno al caso. Se da un lato lo stabilimento perugino di San Sisto potrebbe tirare un sospiro di sollievo per il mero fatto che, nonostante la smentita sul ritrovamento, il clamore generato non abbia intaccato la fiducia nel prodotto, dall’altro le indagini proseguono senza che siano stati forniti aggiornamenti sostanziali sulle modalità del furto.
E così, mentre gli inquirenti cercano di ricostruire il percorso del camion scomparso nel tragitto tra Italia e Polonia, il dibattito pubblico sembra essersi ormai spostato su un altro piano. Quello che poteva essere un semplice episodio di cronaca si è trasformato in una lezione di instant marketing, confermando come, nell’era dei social media, la tempistica della reazione e il tono di voce adottato possano ribaltare completamente la percezione di un evento negativo. Il silenzio della Nestlé sui dettagli del recupero – o del mancato recupero – della merce lascia intendere che, forse, il vero obiettivo non sia mai stato quello di ritrovare le 12 tonnellate di cioccolato, ma piuttosto di non far perdere nemmeno un minuto di visibilità al brand.




