La finale “in” fumo: Sarri, Chivu e quelle passioni per sigarette e coppe

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Redazione Sport Redazione Sport   -   I due condottieri incroceranno le spade in mezzo a un alone di fumo. Lì si intrecciano storie, ricordi, scudetti, coppe e coppette. Cristian Chivu e Maurizio Sarri sono lo Zenit e il Nadir del pallone per vari motivi - età, stile di gioco, gavetta… -, ma a tenerli uniti c’è un vizio mai debellato: il fumo. La sigarettina che sa di antistress e di relax, anche nascosti, incastrati in qualche anfratto segreto di San Siro o dell’Olimpico, pronti a tirare un paio di boccate. Chissà se domani sera, a match concluso, si ritroveranno a condividere una di quelle bionde proprio sotto la curva dell’Olimpico, magari scambiandosi qualche impressione su una finale che – va da sé – rappresenta l’atto conclusivo di un anno di lavoro.

Il siparietto e la vigilia

Alla vigilia della super sfida di Coppa Italia, che vedrà contrapposti i biancocelesti di Sarri e i nerazzurri di Chivu, la consueta conferenza stampa è stata movimentata da un episodio destinato a diventare virale. Il tecnico della Lazio, dopo aver concluso il suo intervento e prima di lasciare la parola a Mattia Zaccagni, si è alzato con l’intenzione di uscire dalla sala. Fermato dagli addetti ai lavori, Sarri non ha potuto far altro che ammettere con disarmante sincerità il suo bisogno: “Vorrei andare a fumare…”. Un momento di leggerezza, quello rubato alle tensione della vigilia, che restituisce l’immagine di un allenatore – lo stesso che ha sempre fatto dell’abitudine alle “boccate” un marchio di fabbrica – concentrato più sull’ansia da tabacco che sulle domande dei cronisti. Per lui, quella in programma domani sera sul terreno di gioco dell’Olimpico rappresenta la seconda finale personale nel torneo, after quella persa nel 2020 sulla panchina della Juventus.

La sete di riscatto di Sarri e la calma di Chivu

Se Sarri si affida alla “sete di riscatto”, definendola una “pozione di felicità” per spronare i suoi, dall’altra parte Cristian Chivu cerca di abbassare la pressione. L’ex difensore rumeno, alla sua prima esperienza completa da allenatore after aver sostituito Simone Inzaghi, guida l’Inter forte del titolo di Campione d’Italia già conquistato. Nel corso della sua conferenza, Chivu ha spiegato di aver chiesto ai suoi calciatori di non essere troppo ossessionati dal risultato: “Calmi, con il sorriso sulle labbra, scendendo in campo con la voglia di divertirci”. Una filosofia diametralmente opposta a quella del collega laziale, che invece parla di un gruppo che “ha attraversato il deserto senz’acqua” e che “merita la vittoria” per il percorso straordinario compiuto in questa competizione, dove sono state eliminate grandissime formazioni.

Storie opposte e un’eredità pesante

I numeri, a volte, raccontano meglio delle parole le differenze di caratura tra le due contendenti. Da una parte c’è una Lazio che nell’arco della stagione regolare non è mai riuscita a impensierire l’Inter, incassando due sconfitte (0-3 e 0-2) senza mai segnare un gol. Dall’altra, i nerazzurri inseguono il double nazionale, forte di un ruolino di marcia che li vede vincitori di 7 degli ultimi 9 scontri diretti con i capitolini. E poi ci sono i ricordi: la finale di domani sarà la sedicesima della storia per l’Inter, mentre per la Lazio sarà l’undicesima. Prima del fischio d’inizio, è previsto un momento di raccoglimento in memoria di Sinisa Mihajlovic, grande ex di entrambe le sponde, che con la maglia della Lazio vinse uno scudetto e con quella dell’Inter lasciò il segno a suon di punizioni. Un fantasma del passato che aleggia su una sfida che, al di là della tattica, si giocherà anche sulla capacità di gestire l’emotività di una notte che vale un’intera annata.

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