Operai morti a Napoli, il dolore e le domande dopo la caduta dal settimo piano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Tre vite spezzate nel cuore del Rione Alto, un cantiere diventato trappola, un montacarichi che si è trasformato in un carro funebre sospeso a mezz’aria. Vincenzo Del Grosso, 53 anni, Luigi Romano, 66, e Ciro Pierro, 61, sono i nomi delle vittime, cadute venerdì 25 luglio da un’altezza di sette piani mentre lavoravano alla manutenzione di un edificio. Nessuno di loro indossava il casco, non c’erano imbracature di sicurezza, e due – come emerso dalle prime indagini – erano addirittura in nero. Dispositivi che, se presenti, avrebbero potuto evitare il peggio, o quantomeno attenuare il disastro.

La procura di Napoli, con il procuratore aggiunto Antonio Ricci e la pm Stella Castaldo, ha già avviato un’inchiesta per omicidio colposo, puntando i riflettori sulle responsabilità della ditta e sui mancati controlli. Quattro gli avvisi di garanzia notificati, mentre oggi si attende l’esito dell’autopsia, che potrebbe chiarire ulteriori dinamiche. Intanto, tra le macerie della tragedia, affiora la storia di un collega sopravvissuto a un incidente simile con la stessa impresa: «Al risveglio non ricordavo nemmeno mia figlia», racconta, in sedia a rotelle dopo un crollo avvenuto mesi fa.

La città ha reagito con una veglia di preghiera in piazza Pica, organizzata dalla comunità di Cappella Cangiani, dove circa duecento persone hanno ricordato i tre operai. Tra loro, il cugino di una vittima ha lanciato un monito: «Non lavorate per morire». E mentre le indagini proseguono, la poesia "Elevazione interrotta" di Yuleisy Cruz Lezcano diventa un grido contro le morti bianche, descrivendo i corpi che «si staccano dall’impalcatura come frutti acerbi».

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