Fabrizio Corona: io sono notizia, la docuserie che riabilita un personaggio controverso
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Con una certa audacia, Netflix propone al suo pubblico "Fabrizio Corona: Io sono notizia", una produzione in cinque puntate che i registi definiscono docuserie ma che, a uno sguardo più attento, assume le sembianze di un lungo e discutibile spot biografico. L'operazione, curata da Massimo Cappello e Marzia Maniscalco, sembra infatti mirare, con un lavoro di cesello, a trasformare l'immagine pubblica di un uomo condannato per reati gravi – dalla bancarotta fraudolenta all'estorsione – dipingendolo non come un pregiudicato bensì come uno spregiudicato protagonista del suo tempo, quasi un eroe popolare capace di sfidare il sistema. La narrazione, che non di rado scivola verso l'autocelebrazione, alterna materiale d'archivio a interviste contemporanee, tentando di offrire una chiave di lettura che va al di là della semplice cronaca giudiziaria per immergersi in un'epoca, quella degli anni Duemila, profondamente segnata da certi modelli di comunicazione e di potere.
Lele Mora e il racconto di un'ambigua fascinazione
Tra i contributi più significativi, spicca quello di Lele Mora, la cui testimonianza getta una luce peculiare sulla natura dei rapporti umani in quegli ambienti. L'ex agente, descrivendo il primo incontro con Corona, parla di un'attrazione immediata e di una fascinazione reciproca che travalicavano le normali dinamiche professionali, in un contesto dove il carisma personale spesso dettava legge. "Imponevo sottomissione ai maschi alfa", afferma Mora, ma con Corona, racconta, lo schema si capovolse in una relazione complessa, intrisa di seduzione e di un mutuo riconoscimento. Lo stesso Corona, nel corso della serie, non manca di marcare le differenze sociali che lo separavano da figure come Mora, presentandosi però come l'eccezione, l'intruso di talento riuscito a perforare un sistema di regole non scritte grazie a un fiuto innato per la notizia.
Tra racconti efficaci e ricostruzioni deboli
La struttura della miniserie, mentre funziona in alcuni passaggi narrativi più intimi o nelle rievocazioni dell'ascesa del personaggio – dalla collaborazione con Mora alla creazione del suo impero mediatico, che gli valse l'appellativo di "re dei paparazzi" pur senza aver mai scattato una foto –, mostra invece la corda nelle ricostruzioni più ampie e in alcune interviste che sembrano scivolare verso il complottismo o l'autogiustificazione. Il ritratto che ne emerge è quello di un uomo che, come viene sottolineato, "altera la realtà a seconda delle sue esigenze", un genio della comunicazione per alcuni, un manipolatore senza scrupoli per altri. La serie tenta di navigare queste acque agitate, inserendo la parabola di Corona nel quadro più ampio dell'era berlusconiana, dell'esplosione dei social network e di quelle che vengono definite le contraddizioni della giustizia italiana, sebbene senza mai approfondire criticamente il peso delle sentenze di condanna definitive che lo riguardano.
Un'operazione di storytelling tra mito e realtà
Il risultato finale, al netto di una produzione talvolta giudicata di gusto provincialotto, è un prodotto che solleva più interrogativi di quanti ne risolva, ponendo questioni etiche sulla liceità di costruire un racconto epico attorno a figure segnate dalla cronaca nera e da vicende giudiziarie gravi. La docuserie, infatti, mentre evita dettagli espliciti sulle indagini e sui processi, preferisce concentrarsi sul personaggio pubblico e sulla sua capacità di costruire un mito attorno a sé, lasciando spesso in ombra le conseguenze delle sue azioni. Ciò che resta è la sensazione di assistere a un abile esercizio di riscrittura della propria biografia, un tentativo di forgiare una narrazione alternativa dove lo spregiudicato prende il posto del pregiudicato, e dove la notizia, in tutte le sue sfumature, finisce per confondersi con la personalissima verità del suo protagonista.




