La notte di Torino non basta alla Juventus: il Galatasaray resiste e passa con un 3-2 che sa di beffa
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Redazione Sport
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All’Allianz Stadium va in scena una di quelle partite che difficilmente si dimenticano, anche quando l’epilogo, si sa, può riservare solo amarezza. La Juventus ospita il Galatasaray nel ritorno dei playoff di Champions League per la stagione 2025/26, forte della necessità di ribaltare un passivo pesantissimo, quel 5-2 subito in Turchia che sembrava aver già chiuso ogni discorso qualificazione. E invece no, perché per novanta minuti, e oltre, i bianconeri ci provano, ci credono, e sfiorano quella che avrebbe tutti i connotati della rimonta del secolo. Finisce 3-2 per la squadra di Luciano Spalletti, ma il risultato, stando al computo complessivo della doppia sfida, condanna i torinesi all’eliminazione per un punteggio aggregato di 7-5 -1.
L’approccio alla gara è quello giusto, ed è fin dal primo minuto che si capisce come la squadra italiana non abbia alcuna intenzione di subire l’iniziativa turca. Il primo squillo arriva dopo mezz’ora, ma è al minuto numero 37 che lo Stadium può finalmente esplodere: Manuel Locatelli si presenta sul dischetto e, con freddezza, spiazza il portiere avversario trasformando un calcio di rigore concesso per un fallo netto su Khephren Thuram -7. Si va al riposo sull’1-0, un risultato che, da solo, non basta ma che quantomeno riaccende la fiammella della speranza. Nella ripresa, però, arriva il colpo di scena destinato a cambiare l’inerzia del match: l’arbitro espelle Lloyd Kelly, lasciando la Juventus in dieci uomini per quasi tutto il secondo tempo. Una decisione, quella del direttore di gara, che viene accolta con rabbia da tutto l’ambiente bianconero, tanto che a fine partita Giorgio Chiellini, ai microfoni, commenterà con una battuta che è già diventata celebre: “Per fortuna non ero io Kelly”, quasi a voler sottolineare come il suo carattere, in campo, avrebbe potuto gestire diversamente la situazione o, più probabilmente, a voler prendere le distanze da un arbitraggio ritenuto eccessivamente severo -5-10.
Ma la squadra non si scompone. Anzi, in inferiorità numerica, trova le energie per spingersi ancora più avanti. Al venticinquesimo della ripresa è Federico Gatti a siglare il raddoppio, e la partita, a questo punto, diventa puro cuore. Pochi minuti dopo, al minuto 82, Weston McKennie si coordina e di testa trova il gol del 3-0, quello che vale il temporaneo 5-5 complessivo e che costringe i turchi ai tempi supplementari -1. È il momento più alto della serata juventina, il punto di arrivo di una rimonta che profuma di epica. Poi, però, subentra la stanchezza, logica conseguenza di aver giocato un'ora in inferiorità numerica, e la qualità tecnica del Galatasaray, che dalla panchina pesca le carte migliori per cambiare il volto alla partita.
Dalla panchina turca le mosse che gelano Torino, l'attacco bianconero spreca troppo
Se da una parte c'è la stanchezza, dall'altra c'è la lucidità di chi deve gestire il vantaggio e sa di poter colpire. Ed è proprio dai subentrati che arriva la doccia fredda per i tifosi di casa. Al minuto 107 del primo tempo supplementare, Victor Osimhen, lasciato solo in area, non sbaglia e riporta avanti gli ospiti nel computo globale. Nel finale, poi, ci pensa Barış Alper Yılmaz a sigillare il risultato sul 3-2, un punteggio che fotografa la vittoria interna della Juventus ma sancisce, allo stesso tempo, la sua eliminazione dalla competizione. Se il bicchiere va visto mezzo pieno, si può parlare di orgoglio e carattere. Se lo si guarda mezzo vuoto, però, emergono tutte le difficoltà che questa squadra si porta dietro da inizio stagione.
E il problema, a ben guardare, non è solo di natura difensiva o legato agli episodi arbitrali, ma riguarda in maniera preoccupante il reparto avanzato. Se si analizza la doppia sfida, l’enorme gap da colmare non era solamente quello di tre reti, ma anche la differenza di cinismo sotto porta. Perché se è vero che la Juventus ha messo in campo una prestazione stoica, è altrettanto vero che all’andata, in Turchia, ha incassato cinque gol con una facilità disarmante, e al ritorno, nonostante le occasioni costruite, ha dovuto sudare sette camicie per segnarne tre. La sensazione, palpabile, è che manchi quel qualcosa in più là davanti. I nomi in campo ci sono, da Jonathan David a Chico Conceiçao, ma la concretezza, quella vera, latita. L’assenza di un finalizzatore implacabile si è fatta sentire in entrambi i confronti, trasformando quella che poteva essere una serata di gloria in una notte di delusione e rimpianti -6.
Spalletti e la rabbia muta, l’orgoglio di una squadra che non molla
Nel dopogara, il silenzio di Luciano Spalletti davanti ai microfoni la dice lunga sulla frustrazione del momento. Non è la resa, ma probabilmente la consapevolezza di aver visto i suoi giocatori dare tutto, fino all’ultima stilla di sudore, senza riuscire a completare l’opera per dettagli che, nel calcio di alto livello, fanno la differenza. La squadra, nonostante le assenze pesanti e le diffide, ha dimostrato di esserci, di avere una sua identità, ma ha pagato a caro prezzo i novanta minuti iniziali giocati in Turchia. Ogni tentativo di riaprire la qualificazione, ogni assalto finale, si è scontrato contro un muro costruito su un passivo troppo ampio e su un’espulsione che ha complicato, e non poco, i piani. E così, mentre il Galatasaray festeggia l’accesso agli ottavi, dove troverà una testa di serie come il Liverpool o il Tottenham, a Torino resta l’amaro in bocca per un’opportunità sfumata, la sensazione nitida di aver buttato al vento una qualificazione che, forse, era alla portata.




