WhatsApp, la app falsa usata per spiare: c’è un’azienda italiana dietro
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Non è una falla dell’applicazione originale, né tanto meno un attacco informatico su larga scala: il caso emerso in queste ore – e che ha portato alla luce una delle operazioni di spionaggio digitale più mirate degli ultimi mesi – ruota attorno a una versione contraffatta di WhatsApp, progettata con cura per ingannare gli utenti più distratti. A scoprire il raggiro è stato direttamente il team di sicurezza della piattaforma (proprietà di Meta), il quale ha individuato e bloccato un client non ufficiale capace, una volta installato, di accedere ai dati presenti sui dispositivi colpiti. Secondo quanto ricostruito, sarebbero circa duecento le persone finite nel mirino, e la maggior parte di esse risulterebbe avere un’origine italiana.
Un’operazione mirata e il ruolo di Asigint
La particolarità di questa vicenda – che mescola spionaggio digitale e ingegneria sociale – sta nel fatto che la falsa applicazione non è stata diffusa attraverso vulnerabilità di sistema, ma sfruttando un punto debole ben più antico: la fiducia degli utenti. Questi ultimi, infatti, sono stati convinti a installare un client apocrifo, spesso aggirando i canali ufficiali come Google Play o l’App Store di Apple. Meta, dopo aver avviato le necessarie verifiche interne, ha annunciato azioni legali contro i responsabili, identificati nella società italiana Asigint, specializzata nel settore degli spyware. La sede operativa dell’azienda – secondo quanto emerso – si trova a Cantù, in provincia di Como.
Due ipotesi tecniche e il parere degli esperti
Sul fronte tecnico, gli specialisti interpellati – tra cui Marco Savi, professore di Reti di telecomunicazioni all’Università di Milano-Bicocca, e Stefano Zanero, ordinario di Cybersecurity al Politecnico di Milano – hanno avanzato due possibili scenari: da un lato un software completamente nuovo, simile nella grafica e nelle funzioni all’originale; dall’altro, più probabile secondo entrambi i docenti, una modifica parziale dell’applicazione ufficiale di WhatsApp, opportunamente rimaneggiata per trasformarsi in uno strumento di sorveglianza digitale. In entrambi i casi, l’obiettivo non era colpire masse di utenti, bensì un numero ristretto di persone, probabilmente selezionate con cura.
Come funzionava l’inganno e la risposta di Meta
L’inganno, a ben guardare, si basava su un meccanismo piuttosto semplice: un client clone, distribuito fuori dai canali ufficiali (spesso sotto forma di APK da installare manualmente su Android), imitava l’interfaccia dell’app originale. Una volta attivato, lo spyware in esso contenuto poteva estrarre informazioni personali, messaggi e dati sensibili direttamente dal telefono della vittima. WhatsApp, dal canto suo, ha ribadito l’invito a scaricare l’applicazione esclusivamente dagli store ufficiali, evitando versioni modificate o pacchetti esterni. La scoperta – resa pubblica nelle scorse ore – ha già innescato una diffida formale nei confronti di Asigint, e la vicenda è ora al centro di accertamenti giudiziari.




