Il referendum sulla giustizia e lo scontro tra opposte visioni della riforma costituzionale
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Redazione Interno
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Mentre mancano ormai poche ore all’apertura dei seggi, prevista per il 22 e 23 marzo, la campagna referendaria sulla riforma della giustizia, voluta dal ministro Carlo Nordio e approvata in via definitiva dal Parlamento nell’autunno del 2025, vive le sue ultime, convulse battute. Il quesito che gli italiani si troveranno di fronte, un referendum confermativo senza quorum che potrebbe riscrivere sette articoli della Carta costituzionale, ha spaccato non solo la politica e le associazioni di categoria, ma anche le stesse mura domestiche di chi della giustizia ha fatto la propria ragione di vita professionale. Il fronte del No, che schiera una parte consistente della magistratura associata, costituzionalisti di diverso orientamento e i partiti cosiddetti del campo largo, torna a far sentire la propria voce. Lo fa attraverso gli argomenti di chi, come il costituzionalista Enrico Grosso, intervenuto in un faccia a faccia televisivo con lo stesso Nordio, mette in guardia dal rischio che il provvedimento, lungi dal rendere il processo più equo, finisca per minare alle fondamenta l’indipendenza della magistratura. Grosso, in particolare, ha spostato l’asse del dibattito dal tema classico della separazione delle carriere, che pure costituisce il cuore della riforma, al meccanismo del sorteggio per la composizione dei due nuovi Consigli superiori della magistratura, giudicandolo una misura che svuota e umilia il principio rappresentativo voluto dai Padri costituenti.
La mano tesa del ministro e le preoccupazioni del fronte del No
In un’intervista rilasciata a La Nazione, Nordio ha ribadito con forza quella che definisce una “balla colossale”, ossia l’idea che separare il percorso dei giudici da quello dei pubblici ministeri rappresenti il primo passo per un assoggettamento della magistratura requirente al potere esecutivo. Al contrario, ha argomentato il Guardasigilli, la riforma eleva il pubblico ministero al rango costituzionale, equiparandolo al giudice e sancendo per entrambi le medesime garanzie di autonomia. Il ministro, forte della certezza di una vittoria del Sì, ha già annunciato che il giorno successivo al voto aprirà immediatamente un tavolo di confronto con magistrati, avvocati e mondo accademico per scrivere insieme i decreti attuativi. Un’apertura, questa, che stride con le accuse provenienti dal fronte opposto, secondo cui il governo non avrebbe mai realmente cercato il dialogo durante l’iter parlamentare della legge. Tra i giuristi che sostengono le ragioni del No, le perplessità non riguardano soltanto il merito, ma anche il metodo e le potenziali conseguenze a lungo termine. Si paventa il pericolo di una giustizia depotenziata e, in ultima analisi, di una magistratura più debole di fronte a pressioni esterne. Eppure, non tutto il fronte del No appare granitico e privo di crepe, e le ragioni del Sì trovano sostenitori persino negli ambienti meno sospettabili.
La spaccatura in casa Albano e le ragioni di un avvocato
La notizia, che ha il sapore del paradosso ma anche della sincera dialettica democratica, arriva da una delle voci più autorevoli dell’avvocatura romana. Fabrizio Merluzzi, noto penalista con un passato da presidente della Camera penale di Roma e marito di Silvia Albano, attuale presidente di Magistratura democratica, la corrente di sinistra dell’Associazione nazionale magistrati che più duramente si è spesa per il No, ha annunciato pubblicamente il suo convinto voto favorevole alla riforma. Lo ha fatto in un’intervista nella quale non ha nascosto il confronto, rispettoso ma acceso, che su questo tema si consuma tra le mura domestiche con sua moglie, rea, a suo dire, di avere una posizione eccessivamente ideologica. Merluzzi, forte di quarant’anni di carriera passati a confrontarsi con pm e giudici, ha spiegato che il Paese ha bisogno di un cambiamento culturale profondo, e che la separazione delle carriere rappresenta esattamente questo: la possibilità di avere un giudice davvero terzo, che non veda più nel pm un collega verso cui provare una sorta di deferenza rativa. “Troppo spesso”, ha aggiunto il penalista, “il pm smarrisce la cultura della prova per lasciarsi andare a illazioni e congetture, atteggiandosi a sacerdote del diritto, e questo finisce per mettere il giudice in una condizione di imbarazzo”.
Il sorteggio e l’Alta corte disciplinare al vaglio degli esperti
Sul tema specifico del sorteggio dei membri del Csm, uno dei punti più controversi dell’intera impalcatura riformatrice, Merluzzi ha espresso un parere che non è di totale chiusura. Pur non essendo mai stato entusiasta dell’idea del sorteggio secco, ha riconosciuto che il sistema delle correnti, in questi decenni, ha finito per esercitare un potere cancerogeno sull’autogoverno della magistratura, rendendo necessaria una cura drastica. “La perfezione è nemica del bene”, ha affermato, giudicando questa riforma come la migliore possibile in questo momento storico. Anche sull’istituzione di un’Alta corte disciplinare separata, che dovrebbe giudicare i comportamenti dei magistrati, l’avvocato non ha visto nulla di scandaloso, paragonandola a quanto già avviene per gli avvocati, giudicati da organi distinti dai loro consigli dell’ordine. Le sue posizioni, in aperto contrasto con quelle della moglie, dimostrano come il merito della riforma, al di là degli slogan e delle tifoserie di parte, possa essere valutato in modo complesso e non scontato. D’altronde, lo stesso presidente della Compagnia delle Opere, Andrea Dellabianca, intervenendo nel dibattito, ha invitato a superare le divisioni, sottolineando la necessità di fare un passo avanti per non rischiare di rimanere fermi per troppi anni.
Le ultime battute della campagna elettorale, dunque, vedono un fronte del No che cerca di ricompattarsi attorno ai principi cardine dell’indipendenza della magistratura, mentre il fronte del Sì incassa, almeno simbolicamente, una defezione eccellente da parte di chi, dalla parte opposta, avrebbe dovuto combattere. Lo stesso ministro Nordio, intervenendo all’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione, aveva definito “blasfemo” sostenere che la riforma miri a minare l’indipendenza delle toghe, auspicando che simili vuote polemiche venissero ripudiate dagli intelletti più maturi. Parole che oggi, alla luce della scelta di Merluzzi, assumono un significato forse ancora più pregnante.




