Il fratello di Domenico e la domanda di giustizia: "Mamma, devi fargliela pagare"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il dolore, si sa, è un sentimento che negli adulti spesso si interiorizza, si trasforma in una rabbia sorda o in una richiesta di spiegazioni affidata a verbali e carte bollate, ma nei bambini assume la forma spiazzante della domanda diretta, di quell'impietosa chiarezza che non concede vie di fuga. Ed è stato proprio così, con la disarmante purezza di un figlio che osserva il vuoto lasciato dal fratellino, che Patrizia, la mamma del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di due anni e mezzo morto il 21 febbraio scorso dopo un trapianto di cuore fallito, ha dovuto fare i conti con la richiesta più difficile. Il fratello maggiore di Domenico, quel bambino più grande che la tragedia ha reso improvvisamente consapevole di un'ingiustizia troppo grande persino per un adulto, si è rivolto a lei con un imperativo categorico, asciutto e terribile nella sua semplicità: “Mamma, devi fargliela pagare” -4.

Una frase, quella riferita dalla donna nel corso di un'intervista televisiva, che pesa come un macigno e che restituisce, meglio di qualsiasi cronaca giudiziaria, la temperatura di una ferita che non si rimarginerà. Non c'è, in quella esortazione, la complessità delle ipotesi di reato che la Procura di Napoli sta vagliando, né la distinzione tecnica tra omicidio colposo e dolo eventuale che l'avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, ha chiesto di valutare -3. C'è invece la percezione nitida, quasi animale, di un torto subito, di una vita spezzata da una catena di errori umani che le indagini, giorno dopo giorno, stanno mettendo in luce con una precisione agghiacciante. Il piccolo, con quella intuizione che solo i bambini hanno, ha capito che la scomparsa di Domenico non è stata solo un tragico destino, ma il frutto di qualcosa che si poteva e si doveva evitare.

E mentre la famiglia cerca di elaborare un lutto così complesso, la macchina della giustizia procede nel tentativo di cristallizzare le responsabilità di quei fatidici minuti del 23 dicembre, quando tutto è precipitato. Le carte dell'inchiesta, supportate dalle testimonianze del personale di sala operatoria, hanno dipinto uno scenario drammatico: il cuore del piccolo donatore altoatesino di quattro anni è arrivato al Monaldi letteralmente congelato, trasformato in un "pezzo di ghiaccio" a causa dell'uso improprio di ghiaccio secco nel contenitore per il trasporto -8-9. La disperazione, in quei fr frangenti, ha preso il sopravvento sulla scienza medica. I tre infermieri presenti hanno raccontato agli inquirenti di aver tentato l'impossibile, di aver provato a scongelare quell'organo prima con acqua fredda, poi tiepida, infine calda, in un vano e surreale tentativo di rimediare a un danno ormai irreversibile -9.

A monte di tutto, un errore di valutazione e di tempistica che appare, agli occhi degli investigatori, sempre più grave. L'équipe napoletana, giunta a Bolzano per il prelievo, avrebbe operato con una dotazione tecnica quantomeno approssimativa: un contenitore termico definito antiquato e una quantità di ghiaccio assolutamente insufficiente -2-10. Da qui la richiesta al personale dell'ospedale San Maurizio di integrare il refrigerante, una richiesta che sarebbe stata soddisfatta da un operatore socio-sanitario con del ghiaccio secco, il cui utilizzo su un organo da trapiantare è semplicemente letale. L'assessore provinciale competente, Hubert Messner, ha ribadito piena fiducia nell'operato dei collaboratori altoatesini, sottolineando come la responsabilità dell'intera procedura – prelievo, conservazione e trasporto – ricada esclusivamente sul centro trapianti ricevente, in questo caso il Monaldi di Napoli -2-10. Un concetto, questo, che sposta il baricentro delle colpe professionali soprattutto sui sette medici campani finiti nel registro degli indagati con l'ipotesi di accusa, al momento, di omicidio colposo -6.

La catena di errori e il “buco” di quattro minuti

L'analisi dei minutaggi, in questi casi, diventa un elemento centrale e spietato per ricostruire la dinamica dei fatti. Dalle sommarie informazioni testimoniali raccolte dai carabinieri del Nas e messe a disposizione della Procura, emerge un dato che aggrava ulteriormente il quadro: il cuore malato di Domenico sarebbe stato espiantato alle 14:18, quattro minuti prima che l'organo proveniente da Bolzano varcasse la soglia della sala operatoria -8. Un'azione, questa, che equivale a bruciarsi i ponti alle spalle, a privare il piccolo del suo cuore natio senza avere la certezza fisica che quello nuovo fosse integro e immediatamente impiantabile. Quando il contenitore è stato aperto e ci si è trovati di fronte a un blocco di ghiaccio, per Oppido e la sua squadra non c'era più via di scampo. Lo stesso primario, secondo quanto riferito, avrebbe più volte ripetuto ai presenti che quell'organo, in quelle condizioni, non avrebbe mai più ripreso a battere -8. Ma a quel punto, con il bambino in vita solo grazie alla circolazione extrarea, procedere con l'impianto era l'unica opzione percorribile, seppure disperata.

La reazione del primario e le chat finite nel mirino

La tensione, nei giorni e nelle settimane successive all'intervento, non è affatto scemata. Anzi, con il moltiplicarsi delle verifiche interne e l'avvicinarsi dell'inchiesta giudiziaria, l'atmosfera all'interno del reparto di Cardiochirurgia pediatrica si è fatta incandescente. Gli investigatori hanno posto sotto sequestro i telefoni cellulari di sei dei sette indagati – l'iscrizione della settima, la primaria Marisa De Feo, non ha comportato il sequestro del dispositivo – con l'obiettivo di setacciare ogni messaggio, ogni chat, ogni comunicazione intercorsa in quelle ore cruciali -6. L'ipotesi è che proprio dalle conversazioni tra i medici possa emergere la prova della consapevolezza, da parte loro, dello stato di compromissione dell'organo prima ancora di procedere al trapianto. Nel frattempo, un episodio avvenuto il 10 febbraio è finito agli atti e delinea un quadro di rapporti interni tutt'altro che sereni: il professor Guido Oppido, secondo la ricostruzione di un tecnico di sala, lo avrebbe convocato per discutere proprio dei tempi dell'intervento, e di fronte alla fermezza del dipendente nel ribadire la cronologia reale dei fatti – l'espianto del cuore di Domenico alle 14:18 contro l'arrivo dell'organo alle 14:22 – avrebbe reagito sferrando un calcio a un termosifone e insultando pesantemente il suo interlocutore -8.

Lontano dai corridoi dell'ospedale, intanto, Patrizia cerca di trasformare l'orrore in qualcosa che possa avere un senso, che possa proteggere altri bambini da un destino analogo. Davanti a un notaio di Napoli, insieme al suo legale, ha formalizzato la nascita della Fondazione Domenico Caliendo, un'entità che si propone di offrire tutela legale alle vittime di colpa medica e sostenere i piccoli pazienti le cui vite sono state segnate da errori sanitari -3-7. Una risposta civile e dignitosa alla rabbia del figlio maggiore, un modo per incanalare quella richiesta di giustizia in un percorso che non sia solo vendetta, ma anche prevenzione e memoria attiva.

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