L’esercito dei 40mila influencer italiani (quasi tutti sconosciuti) dichiara appena 2 mila euro al mese: il paradosso di una professione normata ma ancora precaria
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Redazione Economia
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Sono passati ormai tredici mesi dall’introduzione del nuovo codice Ateco – quel 73.11.03 tanto atteso per inquadrare fiscalmente una volta per tutte chi vive (o cerca di vivere) di post sponsorizzati – eppure l’identikit del creator nostrano restituisce l’immagine di un lavoratore digitale che con il glamour da passerella o gli yacht di “Bling Empire” ha ben poco a che fare. Secondo l’indagine congiunta condotta da Fiscozen e Kolsquare, presentata in questi giorni e ripresa dalle principali agenzie di stampa, in Italia si contano ufficialmente circa 40mila professionisti che rientrano nella definizione di influencer, ma la stragrande maggioranza di loro – stiamo parlando di ben il 97,5% – non ha ancora provveduto ad aggiornare la propria posizione fiscale al nuovo regime. Un dato, quest’ultimo, che suggerisce una resistenza di fondo, probabilisticamente legata a un fatturato troppo esiguo per giustificare l’adeguamento burocratico o alla natura ancora ibrida e “secondaria” di questo lavoro.
Un reddito medio da 24mila euro all’anno: numeri da ceto medio, non da star del web
Andiamo al sodo, cioè ai numeri che circolano nei database dell’Agenzia delle Entrate grazie alle analisi condotte su un campione di oltre cinquemila partite Iva. Lontani anni luce dai contratti milionari che hanno reso celebre Chiara Ferragni – la quale, nonostante le recenti magagne giudiziarie e di immagine, rimane (seppur a fatica) un patrimonio del settore – il comune influencer italiano dichiara un compenso medio annuo di circa 24mila euro lordi. Una cifra che, rapportata ai dodici mesi, si traduce in un mensile di circa 2mila euro: una soglia dignitosa, paragonabile a quella di un impiegato o di un rider particolarmente attivo, ma che difficilmente permette di togliersi i famosi sfizi patinati che si vedono nelle stories.
Il dato è in crescita, va detto. Nel 2024 il fatturato medio si attestava poco sopra i 21.500 euro, mentre nel 2025 si è registrato un incremento dell’11,8%. A gonfiare un po’ questa media ci pensano gli uomini – che rappresentano il 66% del totale e guadagnano in media circa 26mila euro – mentre le colleghe donne, ferme al 34% della forza lavoro, devono accontentarsi di un compenso medio inferiore (circa 21.800 euro). A fare la differenza, in positivo, è chi ha già compiuto il passaggio al nuovo codice Ateco: questi “fortunati” – che come detto sono l’eccezione e non la regola – arrivano a fatturare in media 34.521 euro lordi annui, toccando picchi di 37mila euro per gli uomini.
Nano e micro influencer: il 74% ha meno di 100mila follower e punta tutto sul coinvolgimento
Se si scardina l’immaginario collettivo per cui influencer è solo chi ha milioni di seguaci, ci si accorge che questo è un settore fatto di “bottegai” del digitale. Il 74% degli oltre 5.377 professionisti analizzati da Kolsquare rientra infatti nelle categorie dei “nano” (tra 1.000 e 10mila follower) e dei “micro” (fino a 100mila), veri e propri eserciti di nicchia che hanno trasformato la passione per un hobby in una professione. Sorprendentemente, sono proprio questi profili minori a garantire il miglior rapporto qualità/prezzo per i brand: l’engagement rate dei nano tocca il 7,7%, quasi il doppio rispetto a quello delle pagine più grandi. Una lezione, questa, che le aziende hanno imparato bene, visto che la stragrande maggioranza degli investimenti si concentra proprio sulla capacità di creare una relazione stretta con la community piuttosto che sulla mera esposizione.
Per quanto riguarda i contenuti, invece, c’è un altro dato che ribalta la percezione comune: le collaborazioni a pagamento con i brand rappresentano soltanto il 3,1% del carburante pubblicato sui feed. Il restante 96,9% è roba “organica”, cioè fatta di passione, tutorial, chiacchiere da bar e battute, che serve agli influencer per coltivare quella fiducia senza la quale una sponsorizzazione suonerebbe falsa come una banconota da 3 euro. Il social preferito dalle aziende resta Instagram – utilizzato nel 93% dei casi per siglare accordi – tallonato da TikTok (79%) e YouTube (69%), mentre i settori che tirano di più sono quelli delle relazioni personali (25,8%), della moda (22,8%) e del fitness (21,1%).
L’ombra lunga della regolamentazione: Agcom e il futuro di un mercato ancora fluido
A rendere il quadro ancora più sfumato ci pensa la lentezza del riconoscimento istituzionale. Nell’aprile 2025 – quando fu varato il codice 73.11.03 in sostituzione dei precedenti 73.11.01 e 73.11.02 – si pensava che la partita si sarebbe chiusa in fretta, ma la realtà è più complessa. Fino a ieri, questi lavoratori venivano inquadrati come “servizi pubblicitari” generici, una forzatura che generava incertezze su contributi e tasse. E se da un lato l’Agcom ha pubblicato nelle scorse settimane le tanto discusse Linee Guida, il Codice di Condotta e persino un Albo degli Influencer, dall’altro il grosso degli addetti ai lavori sembra ancora guardare con sospetto a questa burocratizzazione.
La percezione, leggendo i report, è che ci troviamo di fronte a un esercito di giovani freelance (l’età media si aggira sui 32 anni) che hanno imparato a destreggiarsi tra un algoritmo e l’altro ma che ancora faticano a trovare una quadra fiscale. Chi ha fatto il grande salto e si è messo in regola con il nuovo codice, però, non solo guadagna di più, ma dimostra che la strada verso la professionalizzazione passa necessariamente dalla trasparenza. Un paradosso tutto italiano: abbiamo leggi e decreti per disciplinare il fenomeno, ma la stragrande maggioranza di chi lo vive preferisce restare nell’ombra (fiscale) di una partita Iva tradizionale, magari perché per molti di loro i 2.000 euro al mese non sono la fonte primaria di reddito, ma un’integrazione ben gradita a uno stipendio da ufficio o da studio.




