Espulso da Brescia l’imam che giustificava le nozze con una bambina di nove anni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non c’è più, da qualche giorno, tra le vie di Brescia – dove pure aveva trovato un fragile appiglio per esercitare il suo ruolo – Ali Kashif, il giovane imam pakistano di venticinque anni la cui presenza era diventata, per le autorità, incompatibile con i principi che reggono la convivenza civile in Italia. A decretare l’allontanamento, eseguito senza particolari sceneggiature ma con la consueta ferma efficienza della Questura cittadina, sono state alcune dichiarazioni rese dall’uomo durante un servizio televisivo andato in onda su Rete 4 lo scorso 25 gennaio, nel programma “Fuori dal Coro”. In quell’occasione, di fronte a un inviato che si era presentato come un semplice studente interessato all’islam – e che dunque agiva con telecamera nascosta –, Kashif aveva affermato senza esitazione che sposare una bambina di nove anni fosse, a suo dire, una pratica corretta. Parole pesantissime, che hanno innescato una rapida reazione delle istituzioni.

La retata amministrativa e il volo per Islamabad

Su disposizione del questore di Brescia, Paolo Sartori, l’imam è stato prelevato e accompagnato d’autorità all’aeroporto di Malpensa, dove è stato imbarcato su un volo diretto a Islamabad. Non un’espulsione qualsiasi, va detto: il provvedimento – che porta la firma anche del ministero dell’Interno – ha fatto leva su un triplice ordine di motivazioni. Innanzitutto la valutazione della pericolosità sociale dell’individuo, emersa in modo così netto dalle dichiarazioni riprese in tv; in secondo luogo l’assenza di un titolo di soggiorno valido; infine l’incompatibilità delle tesi sostenute con i valori costituzionali italiani. A ciò si è aggiunto il divieto di rientro, che rende di fatto impossibile per Kashif rimettere piede nel Paese.

I due centri islamici e le indagini della questura

L’uomo, va ricordato, svolgeva saltuariamente il ruolo di imam in due distinti luoghi di culto bresciani: l’Associazione Culturale Centro Islamico Minhaj Ut Quran, che ha sede in viale Piave 203, e l’Associazione Culturale Al Noor, situata in via Bonardi 9. È stato proprio all’interno di questi spazi che il giornalista della trasmissione – fingendosi un giovane desideroso di avvicinarsi alla fede musulmana – ha registrato le frasi incriminate. Le indagini della questura, scattate subito dopo la messa in onda del servizio, non hanno lasciato spazio a interpretazioni ambigue: le dichiarazioni sulla presunta liceità di un matrimonio con una bambina di nove anni sono state ritenute sufficienti, da sole, a configurare un rischio concreto per l’ordine e la sicurezza pubblica.

Le dichiarazioni e il contesto di una televisione con telecamera nascosta

“Nel nostro islam dopo nove anni una ragazza diventa adulta”. Questa, in sostanza, la linea argomentativa seguita da Kashif durante il colloquio con l’inviato, una giustificazione che ha trovato spazio in un servizio giornalistico costruito con strumenti di ripresa occulta. Non si è trattato, cioè, di un’intervista dichiarata o di un dibattito pubblico, bensì di una captazione ambientale – lecita ai fini dell’inchiesta televisiva – che ha restituito il pensiero autentico dell’imam senza le filtri di una messa in scena. A pesare, agli occhi del questore, è stato proprio quel mix di spontaneità e certezza dogmatica con cui il giovane pakistano ha rivendicato la correttezza di una pratica che in Italia, come in gran parte dell’Occidente, integra invece una fattispecie di reato grave.

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