Il gala di Malinin, tra lacrime e verità: "Non ero pronto alla pressione"

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il pubblico del Forum di Assago, quello stesso che aveva assistito attonito al suo naufragio nel programma libero, gli ha tributato una standing ovation che andava oltre il semplice riconoscimento tecnico. Ilia Malinin, il fenomeno capace di domare il quadruplo Axel ma soccombente sotto il peso di una pressione rivelatasi, per sua stessa ammissione, insormontabile, ha scelto il Gala di chiusura dei Giochi di Milano-Cortina per raccontare un'altra verità. Non quella delle medaglie, mancate, ma quella di un ragazzo in felpa e jeans che sul ghiaccio ha deciso di mostrare le proprie fragilità, quelle stesse che lo avevano portato a un ottavo posto finale lontano anni luce dai pronostici che lo volevano dominatore assoluto della gara maschile. La sua esibizione, sulle note di Fear del rapper NF, è stata una coreografia studiata da mesi, un progetto nato molto prima del flop olimpico, ma che quei giorni di delusione hanno reso incredibilmente attuale e toccante. Malinin, muovendosi con una libertà che la competizione non concede, ha mimato lo scrolling sul telefono, il riflesso dei flash, il gesto di abbassarsi il cappuccio sugli occhi, quasi a volersi proteggere da un mondo esterno che improvvisamente era diventato troppo rumoroso, troppo invadente.

La fragilità del campione e il messaggio in pista

Ciò che Malinin ha portato sul ghiaccio nella serata conclusiva dei Giochi non è stato semplicemente un numero di chiusura, bensì la rappresentazione plastica di un conflitto interiore. «Voglio mostrare al mondo che siamo anche esseri umani», ha dichiarato a margine dell’evento, parole che risuonano come un manifesto dopo i giorni bui seguiti alla gara. «Abbiamo anche pensieri veri, sentimenti veri, anche se sembra che siamo completamente come robot con abilità sovrumane». E in effetti, vedere colui che chiamano Quad God pattinare con la semplicità di un ragazzo qualunque, con indosso un paio di jeans e una felpa con il cappuccio, ha rappresentato un potente atto di ribellione contro la narrazione che vorrebbe gli atleti immuni al fallimento. Il suo programma, inframmezzato da un paio di quadrupli e dal suo caratteristico backflip, si è concluso con l’atto di infilarsi le cuffie, cercando l’isolamento, un silenzio assordante dopo il fragore dei social media e delle critiche che, nei giorni precedenti, lo avevano portato a postare e poi cancellare messaggi di sconforto.

Una serata di stelle tra passato e futuro del pattinaggio

La serata di gala, che tradizionalmente suggella l’addio alla rassegna a cinque cerchi per il pattinaggio di figura, ha visto alternarsi sul ghiaccio decine di campioni. Ad aprire le danze è stata Carolina Kostner, tornata a emozionare il pubblico italiano sulle note di Moon Lake: l’ex campionessa mondiale, bronzo a Sochi 2014, ha regalato un momento di pura poesia, riappropriandosi di una pista che l’ave vista protagonista in tante battaglie. Poi è stata la volta di altri azzurri, come Daniel Grassl, che ha omaggiato Ornella Vanoni con Sant’Allegria, e le coppie di danza e artistico, fino a un commovente numero corale sul Nessun Dorma di Pavarotti. Tra gli internazionali, oltre al già citato Malinin, hanno brillato la campionessa giapponese Kaori Sakamoto e la nuova stella del movimento femminile, Alysa Liu, capace di chiudere la sua esibizione con una leggerezza che contrastava con la tensione emotiva portata in pista dallo sfortunato collega statunitense.

Lo sguardo oltre la delusione: l’appuntamento con il 2030

Nonostante l'amarezza per un'occasione sfumata nel modo più inaspettato, il giovane campione ha voluto lanciare un messaggio che sa di rivalsa, proiettandosi già oltre l’immediato. Ha parlato della necessità di prendersi del tempo per elaborare, per capire cosa non abbia funzionato nella gestione dell’enorme aspettativa che gravava sulle sue spalle. «Mi prenderò i prossimi quattro anni per capire davvero cosa posso fare di diverso e avere una strategia ancora migliore per venire qui e fare il mio lavoro», ha spiegato, lasciando intendere che il suo percorso olimpico non può e non deve concludersi con l’ottavo posto di Milano. Il riferimento implicito è ai Giochi del 2030, quelli che si terranno nelle French Alps, dove Malinin, forte di questa esperienza e della maturità dimostrata nel trasformare una sconfitta in un messaggio universale sull’umana fragilità, proverà a riscrivere la propria storia. Un appuntamento con il destino, insomma, a cui si presenta già con una consapevolezza diversa, quella di chi ha imparato che a volte, mostrarsi vulnerabili è la più grande delle forze.

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