Meloni a Bari: la festa del record e le tre sfide lanciate dal palco del porto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Cinquantadue minuti, un palco allestito nel porto di Bari e una platea che si scalda solo quando sale lei. Giorgia Meloni ha scelto il capoluogo pugliese per celebrare un traguardo che nessun altro presidente del Consiglio aveva mai raggiunto: il governo più longevo della storia repubblicana. Ma quella che doveva essere una festa si è trasformata in un discorso a tratti autocelebrativo, a tratti polemico, in cui la premier ha rivendicato i risultati del suo esecutivo ma ha anche ammesso, senza giri di parole, che c'è ancora molto da fare.

Un'ora di comizio in cui sono emerse tre sfide ben precise, tre nodi che il governo dovrà sciogliere nei mesi a venire. E con un'attenzione particolare alle fratture interne alla maggioranza, mai nominate ma chiaramente avvertibili nell'aria salmastra del porto barese.

Il record e le rivendicazioni

La celebrazione del primato era l'occasione ufficiale dell'evento. Venerdì 4 settembre il governo Meloni ha raggiunto i 1.413 giorni di attività, superando il precedente record del secondo governo Berlusconi che si era fermato a 1.412 giorni. Un risultato che Fratelli d'Italia ha voluto sottolineare con un opuscolo di ventotto pagine distribuito ai militanti, una sorta di "catalogo dei successi" che elenca punto per punto le misure adottate in quasi quattro anni di legislatura. Sul palco, però, la premier ha preferito un approccio meno trionfalistico e più pragmatico.

"Questa stabilità esiste grazie al popolo italiano che ci ha dato fiducia nel 2022", aveva scritto qualche ora prima sui social. E dal palco ha aggiunto: "I risultati ci sono, ma siamo pienamente consapevoli di tutto ciò che resta da compiere". Tra i dati rivendicati, spiccano i 1,3 milioni di contratti di lavoro in più, il tasso di disoccupazione sceso al 5,8% e una riduzione delle imposte sui privati per 21 miliardi di euro.

Numeri che il centrodestra considera la prova della bontà delle proprie politiche, ma che secondo gli esperti non bastano a nascondere le ombre di un biennio difficile per l'economia italiana.

I conti in sospeso con la sinistra e le liste d'attesa

La seconda sfida, quella più apertamente politica, è stata lanciata contro l'opposizione. Meloni ha scaricato sui governi precedenti la responsabilità del fallimento sulle liste d'attesa nella sanità pubblica, un tema che da mesi alimenta il dibattito politico e che il governo ha cercato di affrontare con il nuovo Piano nazionale per il triennio 2026-2028. La premier ha rivendicato le maggiori risorse destinate al settore, ma ha evitato di rispondere alle critiche di chi parla di immobilismo e di mancate riforme strutturali.

In particolare, ha glissato sul fronte della crescita economica: secondo la professoressa Veronica De Santis della Luiss, "la stabilità è uno strumento, non un obiettivo, l'obiettivo è la crescita e non l'abbiamo vista". Un'osservazione che pesa, soprattutto se si considera che il prodotto interno lordo italiano dovrebbe crescere dello 0,6% nel 2026, un dato che lascia poco spazio all'ottimismo.

Le parole di Meloni, insomma, hanno confermato una linea difensiva: da un lato la rivendicazione dei numeri sull'occupazione, dall'altro la tendenza a minimizzare le difficoltà strutturali di un Paese che continua a scontare ritardi storici su infrastrutture e produttività.

Lo sguardo all'Europa e il nodo Trump

La terza sfida riguarda la politica estera e il posizionamento internazionale dell'Italia. Meloni ha rivendicato la centralità riconquistata in Europa, un tema caro al suo governo, ma ha taciuto sulla nuova amministrazione Trump, le cui politiche protezionistiche e le tensioni in Medio Oriente rischiano di avere ripercussioni significative sull'economia italiana.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un messaggio al Forum Ambrosetti di Cernobbio, ha invitato l'Europa a "saper giocare assumendo iniziative piuttosto che attestarsi su moduli di mera difesa". Ma Meloni non ha raccolto l'appello, limitandosi a ribadire la stabilità come valore e a evitare riferimenti diretti agli scenari internazionali più complessi. Una scelta, quella della premier, che ha lasciato perplessi alcuni osservatori, soprattutto in un momento in cui i dazi statunitensi e la guerra in Ucraina richiederebbero una posizione più netta e coerente.

Il silenzio su Trump, in particolare, è apparso come un'omissione significativa, quasi a voler sottrarre il governo italiano da un dibattito che, invece, coinvolge direttamente gli interessi nazionali.

Le frecciate a Vannacci e la leadership del centrodestra

Ma il momento più atteso del comizio è stato un altro, e non riguardava né i numeri né la politica estera. Meloni ha lanciato una serie di frecciate oblique al generale Roberto Vannacci, senza mai citarlo, in un tentativo chiaro di tracciare nuove linee di demarcazione all'interno della maggioranza. La premier ha preso le distanze dalle posizioni più estreme del generale su temi come l'immigrazione e la libertà delle donne, ribadendo una linea più moderata e orientata alla leadership personale più che al confronto interno.

Un messaggio che arriva in un momento delicato per il centrodestra, con le inchieste giudiziarie che coinvolgono Vannacci e la sua "Futuro Nazionale" per presunta ricostituzione del partito fascista. Il sindacato dei militari ha depositato un esposto in Procura a Roma, e la tensione nel centrodestra è palpabile. Meloni ha scelto di non entrare nel merito delle questioni giudiziarie, ma ha voluto ribadire che il baricentro del governo resta saldamente nelle sue mani.

Il peso degli alleati, da Salvini a Tajani, appare sempre più ridotto, e la premier ha approfittato del palco di Bari per mandare un segnale inequivocabile: la stabilità del governo passa anche attraverso la compattezza di una coalizione che, tuttavia, mostra segni di cedimento. Un'ora di discorso, dunque, che più che una celebrazione è stata un atto di governo, un modo per rivendicare il primato e per lanciare tre sfide che, nei prossimi mesi, determineranno le sorti dell'esecutivo.

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