Viviani, il signore del ciclismo chiude la carriera tra la sua gente

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Elia Viviani, che mercoledì affronterà il Giro del Veneto per poi volare verso Santiago del Cile e i Mondiali su pista, ha deciso di concludere, dopo sedici stagioni, un viaggio professionistico di rara bellezza e intensità. L'atleta veronese, le cui doti sono emerse con prepotenza fin dalle categorie giovanili, ha costruito la sua leggenda alternando con enorme successo le competizioni su strada a quelle sul velodromo, un bilanciamento che pochi hanno saputo gestire con altrettanta maestria. A coronamento di questo percorso, vanta un centinaio di successi su strada – una cifra che include anche criterium e cronosquadre – e un palmarès, che si arricchirà forse di un altro titolo iridato, già di per sé stracolmo. "Rifarei tutto: chiudo gli occhi e rivedo la prima sconfitta da bimbo e i giorni più belli", ha confessato, sottolineando come il finale a Verona, a due passi da casa, rappresenti per lui la perfezione.

Un addio in punta di piedi, lontano dai riflettori mondani

La scelta di non concludere la carriera in una classica monumento come la Lombardia, che pure si è corsa in questi giorni, ma di preferire il Giro del Veneto, la dice lunga sullo stile e sulla coerenza di un atleta che è sempre apparso come un gran signore della multispecialità. L'arrivo in corso Porta Nuova, infatti, non è soltanto l'ultimo atto di una lunga storia agonistica; è piuttosto il ritorno a casa, il punto esatto dove tutto ebbe inizio, un gesto carico di un significato che va ben oltre la mera cronaca sportiva. Chiude così, da italiano più vincente tra quelli ancora in attività, un capitolo importante del ciclismo, senza clamori inutili ma con la stessa eleganza che ha sempre caratterizzato le sue volate.

Il medagliere di una leggenda, tra pista e grandi giri

Quello che si appresta a lasciare è un patrimonio di vittorie che difficilmente potrà essere eguagliato in tempi brevi: novanta successi, un titolo europeo, un tricolore, cinque tappe al Giro d'Italia, una al Tour de France e tre alla Vuelta a España ne delineano la statura di fuoriclasse. A questi trofei, che qualcuno considera il suo vero lascito, va aggiunta la medaglia d'oro olimpica conquistata nell'Omnium a Rio de Janeiro nel 2016, un risultato che, com'è noto, lo ha consacrato definitivamente nell'olimpo dello sport. Il suo ruolo di portabandiera per l'Italia alle successive Olimpiadi di Tokyo, insieme alla campionessa di tiro a volo Jessica Rossi, non fu che il giusto riconoscimento per una carriera condotta all'insegna della classe e di un'onestà intellettuale che pochi hanno saputo dimostrare.

L'eredità del "Profeta" e l'ultima sfida cilena

Subito dopo l'addio alle strade venete, il suo sguardo si rivolgerà al velodromo cileno, quasi a chiudere un cerchio ideale che aveva avuto il suo apice proprio con l'oro di Rio. La decisione di concludere con i Mondiali su pista, del resto, appare come la scelta più naturale per un corridore che non ha mai rinnegato le sue radici e che ha sempre considerato le due discipline non come mondi separati, ma come parti complementari di un'unica, grande passione. "Sono stati sedici anni fantastici", ha scritto, e le sue parole, prive di qualsiasi retorica, risuonano come la semplice constatazione di un uomo che, di quel viaggio bellissimo, ha vissuto appieno ogni istante.

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