Hasenhüttl e l’hantavirus: la polvere della terrazza e le due settimane in terapia intensiva

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Bastava spazzare via la polvere accumulata sulla terrazza per ritrovarsi, a distanza di settimane, con un coltello immaginario conficcato nella schiena. Questa, in sintesi cruda, la percezione del dolore raccontata da Ralph Hasenhüttl, tecnico austriaco oggi cinquantottenne, che nell’estate del 2012 scoprì sulla propria pelle cosa significasse combattere contro l’hantavirus. La sua vicenda, sebbene datata, è tornata prepotentemente alla ribalta sulle prime pagine dei quotidiani sportivi e di cronaca internazionale, complice il recente focolaio scoppiato sulla nave da crociera “Mv Hondius”, un’epidemia che ha già causato tre vittime e numerosi contagi tra i passeggeri costretti a una quarantena di 42 giorni sotto la supervisione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Mentre le autorità sanitarie di mezzo mondo monitorano l’evoluzione del virus – ricordando che non si tratta di una nuova pandemia ma di un agente patogeno dal tasso di letalità che può raggiungere il cinquanta per cento – la memoria di chi quel virus lo ha ospitato nel proprio Corpo diventa un monito silenzioso e terribile.

L’incidente banale e l’agonia improvvisa

Hasenhüttl, che all’epoca sedeva sulla panchina del VfR Aalen portando la squadra in seconda divisione, non aveva ancora quel soprannome di “Klopp alpino” che lo avrebbe reso celebre sulle panchine di Lipsia e Southampton. La sua disavventura cominciò con un gesto di ordinaria pulizia domestica compiuto senza alcuna protezione; bastò inalare le particelle di polvere contaminate per innescare il contagio. Inizialmente, i medici confusero i sintomi con un banale esaurimento post allenamento, forse imputabile a una faticosa uscita in mountain bike durante il ritiro estivo. Poi, il quadro clinico degenerò rapidamente: quei mal di testa che lui stesso descrisse come “un ago piantato nel cranio” lasciarono presto il posto a fegato e reni in evidente sofferenza, organi che si gonfiarono a tal punto da comprimere le zone circostanti. Per due settimane intere, l’allenatore rimase ricoverato in terapia intensiva, un lasso di tempo che lui avrebbe definito come il peggiore della sua esistenza, un pensiero ricorrente in molti sopravvissuti a questo tipo di infezione. L’aspetto più angosciante, raccontò in seguito a testate straniere, era l’assenza di una cura specifica: non restava che attendere che l’organismo producesse gli anticorpi necessari, sperando di non cedere nel frattempo allo shock o all’insufficienza multiorgano.

L’incubo della quarantena e l’odissea della nave “Mv Hondius”

Se la memoria di Hasenhüttl riemerge oggi è perché il virus ha colpito nuovamente su larga scala, nello scenario claustrofobico di una nave da crociera in rotta verso Capo Verde. Il “Mv Hondius”, partito dal Sud America, si è trasformato in una trappola biologica quando i primi passeggeri hanno cominciato a manifestare i sintomi, portando a un’evacuazione di massa a Tenerife gestita in collaborazione tra Spagna e Oms. Nelle operazioni di sbarco sono state rimpatriate oltre centoventi persone attraverso voli speciali, mentre i contatti stretti sono stati sottoposti a un regime di isolamento che durerà fino al 21 giugno. L’Istituto Superiore di Sanità spagnolo ha confermato che dei casi sospetti, nove sono risultati positivi e altri due sono in attesa di verifica; la preoccupazione maggiore, in questa specifica epidemia, risiede nella capacità di trasmissione interumana del ceppo individuato, un fattore che rende la profilassi molto più complessa rispetto alle infezioni contratte semplicemente toccando superfici inquinate. I morti accertati sono tre – un bilancio che in un’epidemia del genere rappresenta già una soglia critica – e tutti i malati sono rimasti in isolamento sotto stretto controllo medico.

La fragilità nascosta nelle abitudini quotidiane

Ciò che lega indissolubilmente la cronaca nera della nave alla storia del tecnico austriaco è la banalità delle circostanze del contagio. Hasenhüttl non si trovava in una sperduta foresta amazzonica né maneggiava animali esotici in laboratorio; stava semplicemente pulendo il terrazzo di casa, respirando polvere che probabilmente conteneva escrementi essiccati di roditori infetti. Il virus, endemico in alcune regioni della Germania, lo colse alla sprovvista in un momento della sua carriera in cui il professionismo lo costringeva a spostamenti continui e a ritmi serrati, ma fu proprio una pausa casalinga a quasi ucciderlo. Due settimane in cui, come avrebbe ricordato, ogni battito cardiaco era così forte da svegliarlo nel cuore della notte, un martellamento nel petto che gli ricordava la lotta in corso tra la vita e la degenerazione dei tessuti. Il suo caso, studiato allora per comprendere i vettori di trasmissione, viene oggi riesumato dagli epidemiologi per tentare di tracciare un confronto con i focolai del passato, incluso quello scoppiato trent’anni fa in Patagonia, dove si registrarono le prime evidenze di contagio tra esseri umani. A distanza di oltre un decennio, la testimonianza di Hasenhüttl – pur priva di clamori mediatici quando fu rilasciata – risuona come un campanello d’allarme contro la sottovalutazione di quelli che sembrano solo piccoli fastidi fisici.

Meta Description: Contagiato dall’hantavirus nel 2012 mentre puliva la terrazza, l’allenatore Hasenhüttl ha raccontato le due settimane in terapia intensiva tra dolori atroci e paura della morte.

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