Il ritorno di Rosso Fuoco e Verde Foglia su Switch, tra la polvere di Kanto e le occasioni mancate
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Redazione Scienza e Tecnologia
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C’era una volta, e forse c’è ancora, la regione di Kanto. Il ritorno su Nintendo Switch di Pokémon Rosso Fuoco e Verde Foglia, avvenuto in pompa magna lo scorso 27 febbraio in concomitanza con il Pokémon Day e i festeggiamenti per il trentesimo anniversario del brand, ha scatenato un accesso dibattito che va ben oltre la semplice operazione nostalgia. Se da un lato le classifiche di vendita dell’eShop, che hanno visto i due titoli piazzarsi stabilmente ai primi posti, testimoniano un affetto inalterato per i mostriciattoli tascabili e per quel senso di scoperta che solo i vecchi GdR sapevano regalare, dall’altro lato la loro riproposizione ha sollevato piú di un sopracciglio tra gli appassionati e la critica specializzata. La domanda, lecita e ricorrente, è se abbia ancora senso, nel 2026, investire venti euro a testa per due avventure nate originariamente su Game Boy Advance oltre vent’anni fa, e se questa pubblicazione rappresenti una degna celebrazione o semplicemente un’abile, seppur legittima, mossa commerciale.
Il fascino senza tempo di un'epoca passata
Chi ha avuto la fortuna di impugnare un Game Boy Advance SP e di tuffarsi in quelle che di fatto furono le prime riedizioni della storia Pokémon, sa che Rosso Fuoco e Verde Foglia non sono una semplice copia carbone degli originali del 1996. Rappresentano, piuttosto, la forma più compiuta e rifinita della prima generazione, un ponte gettato tra il passato in bianco e nero e il futuro a colori della terza generazione, quella di Rubino e Zaffiro. Le meccaniche di gioco furono aggiornate, introducendo concetti come le abilità dei Pokémon e le lotte in doppio, e l’interfaccia venne resa piú accessibile, pur mantenendo intatto quel fascino unico della pixel art che, a distanza di anni, invecchia decisamente meglio di molti primi esperimenti in 3D. Ma il vero valore aggiunto, all’epoca come oggi, risiede nel Settipelago: un arcipelago inedito che si sblocca dopo la Lega Pokémon, offrendo decine di ore di contenuti extra, la possibilità di catturare creature della seconda generazione e sfide inedite come la Torre Allenatori, un'aggiunta che trasformava un semplice remake in un’esperienza nuova persino per i veterani di Kanto.
La riedizione per Switch si presenta, sotto questo aspetto, come un porting fedele e filologico. Si può rivivere l’intera avventura, dalla scelta dello starter tra Bulbasaur, Charmander e Squirtle fino allo scontro con Mewtwo, passando per le trame del Team Rocket e la caccia ai Pokémon leggendari. La possibilità, finalmente inclusa senza bisogno di eventi dal vivo ormai introvabili, di catturare Deoxys, Ho-Oh e Lugia rappresenta una boccata d'ossigeno per i collezionisti e per coloro che all'epoca non poterono partecipare alle distribuzioni nipponiche. Viene da sé, quindi, che per una generazione di giocatori cresciuta con Spada e Scudo o Scarlatto e Violetto, questo ritorno alle origini possa assumere i contorni di una scoperta archeologica, un modo per comprendere le radici di un fenomeno globale attraverso un gameplay che privilegia l’esplorazione e la strategia alla narrazione pomposa.
Il nodo irrisolto del prezzo e delle scelte tecniche
Eppure, nonostante la qualità intrinseca del materiale originale, a far discutere è il confezionamento con cui questo gioiellino viene riproposto. Il prezzo di 19,99 euro per singola versione, infatti, colloca l’operazione in una fascia “premium” che stride con la natura stessa del prodotto. Non si tratta di una rimasterizzazione, né tantomeno di un rifacimento in chiave moderna come fu Pokémon Let’s Go!, ma di una emulazione pressoché identica all’originale, con qualche piccolo ritocco qui e là. La comunità si è divisa immediatamente: da una parte i nostalgici, pronti a rivivere le proprie memorie d'infanzia a qualsiasi costo, e dall’altra coloro che avrebbero visto piú logico inserire questi due titoli – data la loro natura di giochi per Game Boy Advance – direttamente nel catalogo di Nintendo Switch Online + Pacchetto Aggiuntivo, seguendo la prassi consolidata per il resto della libreria della console a 32 bit. La scelta di venderli separatamente, e per giunta con licenze linguistiche distinte (costringendo l’utente ad acquistare una versione specifica per giocare in italiano), è apparsa a molti come un’operazione di marketing fin troppo aggressiva, una monetizzazione della memoria che lascia l’amaro in bocca.
A ciò si aggiungono limiti tecnici che nel 2026 risultano quantomeno anacronistici. L’assenza di una modalità online per gli scambi e le lotte, relegando l’interazione alla sola connessione wireless locale, taglia fuori buona parte dell’esperienza sociale che è sempre stata il cardine della serie, costringendo i giocatori a ritrovarsi fisicamente per completare il Pokédex o per testare le proprie squadre. La connessione con Pokémon HOME, inoltre, è stata implementata in modo solo unidirezionale, permettendo di depositare le proprie creature ma non di prelevarne di nuove, una scelta che complica inutilmente la gestione della collezione e che stride con l’ecosistema connesso che The Pokémon Company ha costruito negli ultimi anni. Manca, infine, qualsiasi comfort di gioco moderno come i salvataggi rapidi, la funzione riavvolgimento o la personalizzazione dei comandi, caratteristiche ormai standard in qualsiasi emulatore che si rispetti e che su Switch sono presenti per titoli ben meno iconici.
Un ritorno che profuma di museo piú che di celebrazione
In definitiva, ciò che emerge da questa pubblicazione è una sensazione contrastante. Da un lato, è innegabile la gioia di poter riaccedere legalmente e su una piattaforma moderna a due capitoli fondamentali per la storia videoludica, riscoprendo il piacere di un level design curato e di una sfida ben bilanciata che i titoli piú recenti hanno in parte dimenticato. La fedeltà dell’operazione permette di preservare intatto il feeling di un'epoca, il ritmo lento e meditativo di un viaggio attraverso la regione di Kanto, la soddisfazione di vedere la propria squadra crescere passo dopo passo. Per il giocatore nuovo o per quello che ha sempre sentito parlare di quei mitici 151 Pokémon senza averli mai vissuti sulla propria pelle, Rosso Fuoco e Verde Foglia su Switch rappresentano forse l’opzione migliore per capire cosa significasse “diventare un allenatore” agli albori del nuovo millennio.
Dall’altro lato, però, non si può ignorare la sensazione di un’opportunità sprecata. La cura filologica del classico, se da un lato è encomiabile, si trasforma qui in una stasi curatoriale che non prova nemmeno a dialogare con il presente. Nintendo e Game Freak hanno scelto la via piú semplice, limitandosi a impacchettare una ROM di ventidue anni fa in un emulatore e a venderla a prezzo pieno, senza quelle accortezze che avrebbero trasformato una semplice ristampa in una edizione definitiva e rispettosa. L’assenza di funzionalità online, l’integrazione zoppa con HOME e la mancanza di filtri grafici o opzioni di salvataggio rendono l’operazione piú simile a una visita in un museo polveroso che a una festa di compleanno per il proprio amato franchise. E mentre i fan continuano a chiedersi se valga la pena spendere quei venti euro, le classifiche parlano chiaro: la macchina della nostalgia, si sa, è un motore inesauribile.




