Iran, Pezeshkian dà mandato per esplorare trattative con gli Stati Uniti
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Redazione Esteri
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Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha formalmente incaricato il proprio ministro degli Esteri di sondare, attraverso i canali diplomatici, la possibilità di avviare un negoziato con gli Stati uniti, una mossa che, sebbene cauta, segna una potenziale discontinuità nella lunga fase di stallo che ha caratterizzato i rapporti bilaterali. L'annuncio è stato diffuso dallo stesso Pezeshkian mediante una serie di post pubblicati sulla piattaforma X, nei quali ha delineato i paletti di quello che Teheran considererebbe un contesto accettabile per dialogare. "Ho dato istruzioni al mio ministro degli Esteri, a patto che esista un ambiente adeguato, libero da minacce e aspettative irragionevoli, di perseguire negoziati equi e giusti", ha scritto il capo di Stato, precisando che un eventuale dialogo dovrebbe essere guidato da "principi di dignità, prudenza e opportunità".
Le condizioni poste da Teheran
La dichiarazione, che riformula una posizione spesso espressa dalle autorità iraniane ma che in questo frangente assume un tono ufficiale e diretto, non specifica la natura delle "aspettative irragionevoli" da cui intende preservarsi, lasciando intendere – com’è prassi nel linguaggio diplomatico di Teheran – un riferimento alle richieste di concessioni unilaterali sul controverso programma nucleare o sulle questioni regionali. L’enfasi posta sulla necessità di un clima "libero da minacce" sembra, inoltre, rispondere alla persistente pressione esercitata dalle sanzioni economiche statunitensi, percepite come una forma di coercizione che precede e condiziona qualsiasi trattativa. Alcuni di essi, come riportato dall’agenzia di stampa Fars – organo di informazione vicino al delle Guardie Rivoluzionarie – avrebbero confermato che l’ordine presidenziale riguarda nello specifico i colloqui sul nucleare, un dato che colloca la mossa nell’alveo del dibattito sul JCPOA, l’accordo del 2015 da cui l’amministrazione statunitense si ritirò anni fa.
La risposta da Washington
Dall’altra parte dell’oceano, la reazione è giunta poche ore dopo dalle parole del presidente degli Stati uniti Donald Trump, il quale, parlando nello Studio Ovale, ha confermato l’esistenza di contatti. "Al momento stiamo parlando con loro", ha affermato Trump, aggiungendo: "Vorrei vedere un accordo, non so se accadrà". Il tono del presidente americano, oscillante fra il desiderio di una soluzione negoziale e la consueta ambiguità sulle conseguenze di un fallimento, ha delineato uno scenario dalle possibili forti implicazioni. "Se riuscissimo a trovare una soluzione, sarebbe fantastico. Se non ci riuscissimo, probabilmente succederebbero cose brutte", ha spiegato, senza approfondire ulteriormente la natura di tali colloqui in corso né le condizioni poste da Washington, in un gioco di dichiarazioni incrociate che per ora lascia più spazio alle interpretazioni che a certezze.
Lo scenario diplomatico in divenire
Questa duplice apertura, per quanto condizionata e proveniente da due vertici politici che in passato hanno spesso adottato toni di netta contrapposizione, segnala una fase di esplorazione attiva, nella quale entrambe le parti sembrano volersi misurare sulle reali intenzioni dell’interlocutore senza precludere alcuna opzione. La struttura del comando iraniano, con il ministero degli Esteri formalmente delegato a "perseguire" la pista negoziale, indica una procedura che potrebbe coinvolgere vari livelli tecnici, pur nel pieno rispetto dei cosiddetti "interessi nazionali" che la Repubblica Islamica non manca mai di invocare come bussola della propria politica estera. La situazione, quindi, si presenta in movimento, con due capitali che hanno fatto un passo verso la finestra del dialogo, pur tenendo ciascuna una mano saldamente appoggiata sulla maniglia, pronte a richiuderla qualora le condizioni dell’altra parte non dovessere essere ritenute sufficientemente rassicuranti o vantaggiose.
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