Nainggolan e il caso Icardi: "Per Spalletti finse un infortunio e da lì la sua avventura all'Inter è finita"
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Redazione Sport
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Le dinamiche interne allo spogliatoio dell'Inter tornano alla luce attraverso le parole di uno dei protagonisti di quegli anni, Radja Nainggolan, il quale, ospite del podcast “Te ne intendi di calcio” realizzato in collaborazione con Sportium.FUN, ha ripercorso i momenti più tesi della sua esperienza in nerazzurro, concentrandosi in particolare sulla figura di Mauro Icardi e sul suo burrascoso addio. Il centrocampista belga, noto per il suo carattere schietto e per i suoi trascorsi anche nella Roma, ha dipinto un ritratto complesso dell’allora capitano, descrivendolo come un leader silenzioso, forse fin troppo riservato per i canoni di chi indossa una fascia così pesante in un club come l’Inter, ma al contempo leale nei rapporti personali, almeno per quanto ha potuto constatare direttamente lui.
Nainggolan ha voluto sottolineare come, al di là delle chiacchiere e delle ricostruzioni giornalistiche che in quegli mesi impazzavano, il suo giudizio su Icardi si basi esclusivamente sulla convivenza quotidiana e sul rispetto mostratogli in spogliatoio. Lo ha definito una persona estremamente chiusa, certamente, ma anche un bravissimo ragazzo, uno che i suoi problemi, probabilmente legati a vicende personali e familiari, li teneva per sé, senza però mai mancare di correttezza verso i compagni, quantomeno nei suoi confronti. Una precisazione, questa, che aggiunge ulteriore profondità a una vicenda umana spesso letta solo attraverso la lente deformante delle prestazioni sportive o delle tensioni contrattuali, restituendo l’immagine di un uomo forse in difficoltà nel gestire il peso di un ruolo che richiederebbe invece costante presenza e carisma anche fuori dal rettangolo di gioco.
La scintilla della rottura: il sospetto di un infortunio finto
Il vero nocciolo della questione, il momento in cui il rapporto, già probabilmente logoro, si è incrinato in maniera definitiva, viene individuato da Nainggolan in un episodio specifico, legato a una partita di coppa. Il belga ha raccontato come, nonostante la presenza in rosa di un giovane Lautaro Martinez, che all'epoca trovava poco spazio proprio per via della centralità del capitano, il clima fosse già teso. Il tecnico di allora, Luciano Spalletti, non avrebbe digerito quello che interpretò come un gesto inaccettabile da parte del suo uomo simbolo: la decisione di Icardi di dare forfait in occasione di una sfida cruciale di Europa League contro l'Eintracht Francoforte, con la scusa di un problema fisico che l'allenatore, invece, ritenne pretestuoso.
Secondo la ricostruzione del “Ninja”, fu quello il vero e proprio casus belli, la molla che fece scattare l'irreversibile processo di allontanamento. Spalletti, da uomo di calcio esigente e abituato a ricevere dedizione totale, non avrebbe mai accettato il comportamento del suo attaccante, arrivando a dubitare della reale entità dell'infortunio. E fu a partire da quel momento, ha spiegato Nainggolan con la consueta franchezza, che l'avventura di Icardi all'Inter cominciò concretamente a volgere al termine, perché quel sospetto, fondato o meno che fosse, aveva minato alle fondamenta il rapporto di fiducia tra l'allenatore e il suo capitano.
Lo spogliatoio e il difficile equilibrio tra leadership e riservatezza
Le parole del centrocampista belga offrono dunque uno spaccato di quello che doveva essere il clima nello spogliatoio interista in quegli anni, un ambiente in cui la leadership formale di Icardi, sancita dalla fascia, non sembrava corrispondere a un'eguale presenza carismatica nella vita quotidiana del gruppo. Nainggolan ha evidenziato questa discrepanza, quasi a voler spiegare come, al di là delle sue qualità tecniche indiscutibili e dei tanti gol segnati, ci fosse un vuoto comunicazionale che probabilmente ha contribuito a isolare l'argentino, rendendolo vulnerabile alle critiche e alle interpretazioni dei suoi comportamenti.
L’assenza di Icardi in quella specifica partita europea, e il modo in cui venne gestita, potrebbe essere stata solo la goccia che fece traboccare un vaso già colmo di incomprensioni e silenzi, e Nainggolan, da osservatore privilegiato, ha voluto mettere in luce come la gestione dei rapporti umani, soprattutto per chi è chiamato a fare da traino a una squadra intera, sia talvolta complessa quanto le dinamiche tattiche in campo. Un racconto, il suo, che si sofferma sui fatti senza addentrarsi in facili psicologismi, ma che lascia intendere quanto il peso della solitudine del capitano possa essere stato determinante nel logoramento del suo legame con l'ambiente e con chi quel gruppo lo guidava dalla panchina.




