Precariato a scuola, la doccia fredda dei contratti a termine: 18 anni di attesa per un ruolo che non arriva
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Redazione Interno
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Il precariato nella scuola italiana non è più un'emergenza contingente, bensì una piaga strutturale che condanna migliaia di professionisti a un'esistenza lavorativa sospesa; in Emilia-Romagna, secondo le ultime rilevazioni sindacali, il tasso di contratti a termine ha superato stabilmente la soglia del 30%, alimentando un paradosso per cui docenti con decenni di servizio alle spalle e titoli di studio di alto profilo si trovano a rincorrere ogni anno una supplenza.
La storia della professoressa Cecchini, insegnante riminese di 55 anni, rappresenta plasticamente questa condizione: laureata all'Accademia delle Belle Arti di Bologna e con una magistrale in Arti visive, abilitata in ben otto classi di concorso e costantemente prima in graduatoria, la docente attende da 18 anni la tanto agognata stabilizzazione, senza che il suo curriculum eccellente abbia mai potuto trasformarsi in un contratto a tempo indeterminato.
Il nodo dei posti in deroga e l'incognita del sostegno
Il dibattito sul precariato scolastico si intreccia inevitabilmente con la gestione dei posti di sostegno, un capitolo cruciale che evidenzia le contraddizioni del sistema; durante la diretta della Tecnica risponde live, un ascoltatore ha sollevato il problema della programmazione, lamentando l'assenza di posti per le scuole secondarie e prospettando tempi biblici per l'assorbimento dei precari specializzati.
A rispondere è stato il professor Lucio Ficara, esperto di normativa, il quale ha puntato il dito contro il vasto numero di posti in deroga, una categoria che supera abbondantemente le 100.000 unità e che, lungi dal diminuire, continua a crescere anno dopo anno; se questi posti venissero convertiti in organico di diritto, la fotografia del sistema cambierebbe radicalmente, ma la realtà dei fatti è che la scuola continua a reggersi su equilibri precari che penalizzano chi ha investito una vita nella professione.
L'anomalia veneta e il ricorso agli Oss
Se la situazione generale è critica, in alcune regioni il ricorso a soluzioni alternative ha assunto contorni particolarmente singolari; in Veneto, come spiega Leonardo Chiarello, docente di sostegno dal 1997 e dirigente della Cisl Scuola di Venezia, da almeno un decennio si è consolidata una prassi che prevede l'impiego di operatori socio-sanitari (Oss) forniti da cooperative sociali per supportare gli studenti con disabilità grave, quelli che rientrano nell'articolo 3 comma 3 della legge 104.
Questa "anomalia tutta veneta" nasce dalla carenza cronica di insegnanti di sostegno e trasforma gli Oss in supplenti di fatto, sollevando non pochi interrogativi sulla legittimità e sull'opportunità di una pratica che affida a personale non specializzato nella didattica il compito di affiancare alunni con fragilità.
Una carriera bloccata tra concorsi e rinunce
La professoressa Cecchini, nel suo racconto al Corriere della Sera, non nasconde l'amarezza per un percorso costellato di successi accademici che non hanno mai trovato un corrispettivo in termini di stabilità lavorativa; ogni anno, puntualmente, si trova a dover cambiare scuola, ricominciando da capo il difficile processo di inserimento in nuovi contesti e con nuovi alunni, senza la certezza di poter costruire un rapporto educativo duraturo.
Nonostante l'abilitazione in otto classi di concorso e la posizione di vertice nelle graduatorie, la sua carriera è rimasta inchiodata a un'instabilità che definisce paradossale; ha anche valutato la strada del sostegno, ma ha scelto consapevolmente di non percorrerla, dichiarando che "non era la mia strada e non ho voluto prendere in giro i miei alunni", una scelta etica che, se da un lato la onora professionalmente, dall'altro l'ha esclusa da quell'unica via che, nell'ultimo periodo, sembrava poter offrire uno spiraglio per il ruolo.
Le parole della docente rivelano il senso di profonda ingiustizia che pervade chi, come lei, ha dedicato una vita all'insegnamento senza mai ottenere il riconoscimento formale della propria professionalità; "Il lavoro è dignità, ma io non sento di averla" è la frase che racchiude l'essenza di un disagio diffuso, dove la precarietà non è solo un problema economico o contrattuale, ma una vera e propria ferita all'identità personale e al senso di appartenenza alla comunità scolastica.
Mentre i posti in deroga aumentano e le graduatorie si allungano in attesa di turni che sembrano non arrivare mai, il sistema dell'istruzione continua a perdere risorse preziose, lasciando che l'esperienza accumulata in quasi vent'anni di supplenze si disperda in un turnover continuo che danneggia la qualità dell'offerta formativa.
La precarietà come destino di una generazione di docenti
Il caso della professoressa Cecchini non è isolato, ma rappresenta piuttosto la punta di un iceberg sommerso che coinvolge decine di migliaia di insegnanti italiani, i quali, nonostante anni di servizio e ripetuti tentativi di accesso al ruolo attraverso concorsi e procedure straordinarie, rimangono confinati in una condizione di attesa perpetua; la riforma della programmazione dei posti, in particolare per quanto riguarda il sostegno, è invocata da anni come una soluzione necessaria per assorbire i precari specializzati, ma i numeri parlano chiaro: con l'attuale ritmo di immissioni in ruolo,
Per smaltire l'arretrato si prospettano tempistiche che superano i trent'anni. In questo scenario, l'alternativa rappresentata dagli operatori socio-sanitari in Veneto appare come un palliativo che, sebbene risponda a un'urgenza immediata, rischia di consolidare una prassi che elude il problema della formazione specifica dei docenti di sostegno, creando un doppio binario che allontana sempre di più la prospettiva di una stabilizzazione diffusa e strutturata.
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