Il piano UE per calmierare le bollette di luce e gas sul tavolo del Consiglio europeo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’escalation militare in Medio Oriente, con il conflitto che si è allargato all’Iran e la conseguente chiusura, di fatto, dello stretto di Hormuz – quel collo di bottiglia attraverso cui transita una quota rilevantissima del petrolio mondiale – ha rimesso immediatamente sotto pressione i mercati energetici, spingendo verso l’alto il costo delle materie prime e riaccendendo, di riflesso, i timori per le tasche di cittadini e imprese europee. È in questo clima di rinnovata tensione internazionale che i leader dell’Unione si riuniranno a Bruxelles giovedì 19 e venerdì 20 marzo per un Consiglio europeo che si preannuncia tutt’altro scontato, con il caro-bollette che torna a essere una voce preponderante nell’agenda politica. La conferma che un piano per contenere i prezzi di luce e gas è in fase di definizione avanzata arriva direttamente da Dan Jorgensen, il politico danese che oggi ricopre l’incarico di commissario Ue per l’energia nella seconda Commissione von der Leyen; è stato lui, infatti, ad anticipare che le risposte di Bruxelles all’emergenza, una priorità assoluta per le famiglie, dovranno essere concrete e soprattutto tempestive, auspicabilmente già in concomitanza con i lavori del vertice.

Uno scudo contro la crisi, tra misure straordinarie e vecchie conoscenze

Il pacchetto di interventi al vaglio dell’esecutivo comunitario si muove su più direttrici, e non si parte da un foglio bianco: alcune delle opzioni sul tavolo richiamano infatti strumenti già sperimentati durante la crisi energetica del 2022, a dimostrazione di come certe vulnerabilità strutturali del sistema energetico europeo siano difficili da estirpare. Tra le ipotesi più concrete, come emerso anche da una lettera che la presidente Ursula von der Leyen ha inviato ai leader per preparare il terreno al dibattito, figura un possibile allentamento delle rigide regole sugli aiuti di Stato, consentendo così ai governi nazionali di iniettare liquidità per sostenere i settori produttivi più esposti ai rincari. Parallelamente, si torna a discutere dell’introduzione di un tetto al prezzo del gas, uno strumento che all’epoca divise profondamente gli Stati membri ma che ora, di fronte a una nuova impennata delle quotazioni, potrebbe trovare maggiori consensi. L’obiettivo dichiarato è quello di disaccoppiare il costo dell’elettricità da quello, sempre più volatile, del gas, cercando di proteggere i consumatori finali dagli shock esterni. La stessa Letizia Moratti, eurodeputata del Partito Popolare Europeo, intervenendo sul tema, ha sottolineato come l’Europa abbia a disposizione una pluralità di strumenti per andare incontro alle esigenze di famiglie e imprese, e che sia giunto il momento di metterli in campo con decisione.

Il nodo dell’Emission Trading System e la spaccatura tra gli Stati membri

Se sulla necessità di intervenire per calmierare i prezzi sembra esserci un’apparente unanimità, la discussione si fa aspra quando si scende nel merito degli strumenti, e in particolare quando si tocca il Sistema di Scambio delle Quote di Emissione dell’UE, noto come Ets. Questo meccanismo, che rappresenta il pilastro della politica climatica europea basato sul principio “chi inquina paga”, è finito nel mirino di alcuni governi – con l’Italia in prima fila – che lo accusano di aggravare il peso delle bollette, aggiungendo un costo aggiuntivo a quello già sostenuto per l’acquisto del gas. Da qui la richiesta, avanzata con forza dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, di una sospensione, almeno temporanea, del sistema Ets per la produzione di energia elettrica da fonti fossili, o quantomeno di interventi drastici come il rimborso del costo del carbonio alle centrali a gas. Una posizione che si scontra però frontalmente con quella di un folto gruppo di Paesi, tra cui Spagna, Danimarca, Svezia e Paesi Bassi, i quali difendono l’integrità del sistema, definendolo “la pietra angolare della strategia climatica e industriale europea” e avvertendo che smantellarlo, anche solo momentaneamente, significherebbe mandare un segnale devastante agli investitori, penalizzando quelle aziende che hanno già avviato percorsi di decarbonizzazione e rischiando di far deragliare l’intera transizione ecologica. La stessa presidente von der Leyen, pur mostrandosi aperta a misure straordinarie e ad accelerare la revisione del meccanismo prevista per metà anno, ha escluso categoricamente l’ipotesi di una sospensione dell’Ets, ribadendone il ruolo cruciale non solo per l’ambiente ma anche per la sicurezza energetica europea: senza un prezzo sulla CO₂, ha argomentato, il consumo di gas rischierebbe di aumentare ulteriormente.

Le ripercussioni economiche e la ricerca di un equilibrio instabile

Dietro le quinte di queste delicate trattative, l’allarme per le conseguenze economiche della crisi si fa sempre più tangibile. La chiusura dello stretto di Hormuz non è una minaccia astratta ma una realtà che già sta producendo i suoi effetti: il prezzo del gas in Europa è aumentato di oltre il cinquanta per cento dall’inizio del conflitto, e le stime parlano di un aggravio sulla bolletta delle importazioni di petrolio e gas del blocco che potrebbe superare i sei miliardi di euro. E non si tratta solo di grandi numeri, ma di impatti diretti e immediati sulla vita quotidiana e sul tessuto produttivo, come dimostra l’allarme lanciato dalle cooperative romagnole del settore agroalimentare: il prezzo del gasolio è schizzato, quello dei fertilizzanti è aumentato di oltre il trenta per cento, e le merci destinate ai paesi arabi, con lo stretto di Hormuz bloccato, giacciono ferme nei porti, facendo saltare ordini e contratti in un effetto domino che rischia di paralizzare intere filiere. Il Consiglio europeo si troverà dunque a dover mediare tra posizioni opposte, cercando un punto di equilibrio che tenga insieme l’urgenza di proteggere cittadini e imprese dal caro-energia, la necessità di non indebolire gli strumenti di lungo periodo per la transizione verde e la consapevolezza che la stabilità del quadro regolatorio è essa stessa un presupposto fondamentale per attrarre gli investimenti necessari a rendere l’Europa meno dipendente dalle importazioni di combustibili fossili e, quindi, meno vulnerabile agli shock geopolitici.

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