Bluepoint Games, nessuna speranza per il remake di Bloodborne: i retroscena sulla chiusura
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Redazione Scienza e Tecnologia
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La notizia, per certi versi annunciata ma non per questo meno traumatica per gli appassionati, è arrivata come un fulmine a ciel sereno: Sony Interactive Entertainment chiuderà i battenti di Bluepoint Games, lo studio texano acclamato per capolavori di restauro virtuale come Shadow of the Colossus e, soprattutto, il fondamentale remake di Demon‘s Souls che aveva accompagnato il lancio di PlayStation 5. Una decisione drastica, motivata ufficialmente da Hermen Hulst, amministratore delegato di Sony Interactive Entertainment Studio Business Group, con le consuete formule che chiamano in causa l’aumento dei costi di sviluppo, la mutata propensione alla spesa dei consumatori e un contesto economico generale che definire complesso sarebbe un eufemismo. Eppure, al di là della comunicazione istituzionale, che pure riconosceva il talento e la “craftsmanship” del team, emergono ora, grazie a testimonianze raccolte nelle ultime ore, i contorni ben più netti e spietati di una strategia aziendale che ha finito per sacrificare una delle sue pedine più pregiate sulla scacchiera di un mercato in fibrillazione.
Il progetto fallito e i quattro “no” di Sony
Sembra che il destino di Bluepoint fosse segnato già da tempo, e non certo per una questione di scarse capacità. Il fulcro della vicenda, come ricostruito contattando alcuni ex dipendenti in forma anonima, risiede in una serie di valutazioni commerciali, o meglio, in una mancanza di fiducia da parte della casa madre nel potenziale economico delle idee portate avanti dallo studio. L’ultimo tentativo di Bluepoint, prima del silenzio, era stato un ambizioso progetto live service ambientato nell’universo di God of War; un’idea, questa, che già strideva con la natura dello studio, maestro nell’ cesellare esperienze single player. Un paradosso, verrebbe da dire, perché proprio mentre i vertici spingevano verso i lidi incerti dei “giochi come servizio”, lo stesso progetto veniva prima approvato e poi, complice il disastroso lancio di Concord e la conseguente ritirata strategica di Sony da quel settore, brutalmente cancellato. Fu quello il primo, vero colpo.
Ma la mazzata definitiva, quella che ha sancito l’epilogo, è arrivata dopo. Gli stessi ex dipendenti rivelano che, una volta archiviato il progetto God of War live service, lo studio non è rimasto con le mani in mano. Anzi, ha sottoposto all’esame di Sony ben quattro nuove proposte, quattro concept destinati a restare nel cassetto perché giudicati poco promettenti dal punto di vista delle vendite. Due di questi, in particolare, erano remake – il core business di Bluepoint, il suo motivo di vanto e di esistenza. La risposta di Sony, a quanto pare, è stata secca: il mercato, secondo le loro proiezioni, non li avrebbe premiati. Un verdetto che sa di beffa, considerando che fu proprio un remake – quello di Demon’s Souls – a convincere Sony ad acquistare lo studio nel 2021. Un’acquisizione che oggi, a distanza di pochi anni, assume i contorni di un paradosso doloroso.
La leggenda di Bloodborne e l’ombra di un sogno infranto
E qui si inserisce, inevitabile, il tema che da anni fa vibrare le corde dei fan più accesi: la possibilità di un remake di Bloodborne. Le voci, alimentate da presunti insider e da indiscrezioni, si erano fatte insistenti nelle ultime settimane, arrivando a indicare proprio in Bluepoint il candidato ideale per ripulire e riportare sull’altare della next-gen il capolavoro di FromSoftware. Alcuni arrivavano a scommettere su un lancio in concomitanza con PlayStation 6. Una suggestione potente, ma a quanto pare del tutto infondata. Le stesse fonti anonime che hanno raccontato la fase finale di Bluepoint smentiscono categoricamente che Sony abbia mai affidato Bloodborne al team. Un sogno, niente di più.
La vicenda si tinge però di tinte ancora più fosche se si guarda a ciò che accade intorno alla proprietà intellettuale. Un artista 3D francese, Maxime Foulquier, aveva sviluppato in autonomia un rifacimento amatoriale di Bloodborne, un progetto nato per pura passione. Nel marzo del 2025, però, è arrivata la classica lettera di “cessate e desisti” dagli avvocati di Sony, che lo hanno obbligato a fermare tutto. L’artista, inizialmente, non aveva preso male la cosa: era anzi convinto che quella mossa legale fosse la prova provata che Sony stesse preparando qualcosa di ufficiale, probabilmente proprio con Bluepoint. La chiusura dello studio ha trasformato quella speranza in una beffa atroce, lasciando Foulquier e con lui migliaia di appassionati con l’amaro in bocca e la consapevolezza che, a volte, le multinazionali sono capaci di bloccare l’iniziativa dei fan senza avere alcuna intenzione di sostituirla con un proprio prodotto. Restano, a testimonianza di questi mesi di lavoro e di attesa, solo le parole di chi, dentro Bluepoint, aveva visto le proprie idee naufragare una dopo l’altra, in attesa di una fiducia che non è mai arrivata.




