La maschera ipossica e il mistero della morte di Sivert Bakken
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Redazione Sport
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Un velo di profonda inquietudine avvolge la morte di Sivert Guttorm Bakken, il biatleta norvegese di 27 anni rinvenuto senza vita nella sua camera d'albergo a Passo Lavazè il 23 dicembre, mentre era impegnato in un raduno con la squadra nazionale. La Federazione sciistica norvegese, nel comunicare il tragico evento, ha rivelato un particolare che ha immediatamente spostato l'attenzione degli inquirenti e dell'ambiente sportivo su un singolo oggetto: l'atleta, al momento del ritrovamento, indossava una maschera ipossica per l'allenamento in altitudine. Questo dettaglio, che non costituisce di per sé una spiegazione, ha aperto un varco di interrogativi scientifici e procedurali su una pratica di allenamento diffusa ma ancora poco regolamentata, trasformando una perdita personale e sportiva in un caso dai risvolti complessi, che le autorità giudiziarie italiane stanno ora indagando con la massima cautela.
Il funzionamento e le promesse degli strumenti ipossici
Le cosiddette maschere ipossiche, che coprono naso e bocca, non alterano la composizione dell'aria inspirata – a differenza di quanto avviene realmente in quota – ma agiscono tramite un sistema di valvole che ne limitano meccanicamente il flusso. Lo scopo dichiarato, come riportano vari produttori, è quello di aumentare lo sforzo dei muscoli respiratori, costringendoli a un lavoro più intenso durante la sessione di training, con l'obiettivo ultimo di migliorarne l'efficienza una volta che la maschera venga rimossa. Un principio, questo, che ha convinto molti atleti di diverse discipline, i quali vedono in tali dispositivi un mezzo pratico per simulare le condizioni di alta quota senza dover necessariamente trasferirsi in montagna per lunghi periodi.
Le perplessità sollevate dalla comunità scientifica
Tuttavia, non mancano voci critiche e studi che mettono in discussione la reale efficacia e, soprattutto, la sicurezza di questi strumenti. Diversi fisiologi dello sport sottolineano come lo stress indotto dalla maschera sia di natura puramente meccanica e resistiva, mentre l'ipossia vera, quella che si sperimenta in altura, è di tipo ipobarico e coinvolge una risposta sistemica dell'organismo ben più articolata. Alcuni ricercatori, inoltre, sollevano dubbi sulla possibilità che un uso prolungato o improprio possa generare un affaticamento eccessivo dei muscoli respiratori, con conseguenze potenzialmente pericolose sulla saturazione di ossigeno nel sangue, specialmente durante il sonno o in condizioni di riposo, quando il controllo cosciente sull'attività respiratoria è minimo. Sono proprio questi interrogativi, rimasti a lungo confinati nelle pubblicazioni accademiche, a essere esplosi con forza drammatica dopo la tragedia di Passo Lavazè.
L'indagine e la necessità di fare chiarezza
Le investigazioni, coordinate dalla magistratura competente, procedono ora su un duplice binario: accertare le precise cause del decesso attraverso l'esame autoptico – i cui risultati sono ancora attesi – e ricostruire le ultime ore di vita di Bakken, con particolare riguardo alle sue abitudini di utilizzo del dispositivo. L'inchiesta dovrà stabilire se esistesse un nesso di causalità tra la maschera e l'evento fatale, oppure se essa sia stata soltanto una comparsa casuale in una tragedia dalle origini diverse. La Federazione norvegese ha assicurato piena collaborazione, mentre l'intero movimento del biathlon, scosso dal lutto, attende risposte che vadano oltre le mere speculazioni. Questo tragico episodio impone, al di là delle conclusioni processuali, una riflessione urgente e non più rinviabile sulla standardizzazione, sulla supervisione medica e sulle avvertenze d'uso relative a strumenti che, pur commercializzati per migliorare la performance, agiscono direttamente su una funzione vitale quale la respirazione.




