Sergio Romano vince il David di Donatello: «Il Paese ha bisogno di essere raccontato»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La prima volta che l’ho visto, Sergio Romano, era in un piccolo schermo di un festival di provincia, e già lì si capiva – per chi ha occhi da cronista – che quella faccia lì, sgraziata eppure intensa, non sarebbe rimasta a lungo nell’ombra. Adesso, a sorpresa di molti ma non di tutti, l’attore si porta a casa il David di Donatello come miglior protagonista, per la sua interpretazione in *Le città di pianura* di Francesco Sossai. Un premio, il suo, che arriva nel mezzo di un trionfo quasi totale per il film: otto statuette, comprese quelle per miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura originale, hanno consacrato l’opera seconda del regista bellunese come la pellicola più premiata della 71esima edizione.

Un Veneto da Far West tra lumache, polenta e ultime ombre di vino

Siamo in un Veneto rurale che, raccontato da Sossai, assume i contorni di un Far West nostrano: spazi aperti, solitudini liquide e un’etica fatta di piccole, disperate ribellioni quotidiane. Il personaggio di Romano, Carlobianchi, insieme all’amico Dori – interpretato da Pierpaolo Capovilla – ha un unico, luminoso obiettivo: sfondarsi di lumache e polenta, e poi andarsi a bere l’«ultima ombra» di vino. Una voglia, questa, che il film trasforma in una questione esistenziale, ben oltre la semplice sete. Proprio questa capacità di raccontare un’Italia marginale eppure verissima, lontana dai salotti buoni del cinema, ha convinto l’Accademia del Cinema Italiano.

Otto statuette e i big messi in fila in silenzio

A guardare l’elenco completo dei vincitori, emerge un dato che pochi avevano pronosticato. *Le città di pianura*, produzione a basso budget girata nella pianura veneta con attori non di prima fascia – eccezion fatta per i ruoli minori di Pennacchi e Citran – ha messo in fila, quasi con discrezione, le grandi produzioni della stagione. Alle sue spalle, con tre premi ciascuno, troviamo *La città proibita* di Gabriele Mainetti e *Le assaggiatrici* di Silvio Soldini, quest’ultimo premiato anche per la sceneggiatura non originale e insignito del David Giovani. Paolo Sorrentino, invece, esce a mani vuote, così come altri big che pure avevano raccolto candidature. Lo ha fatto, il film di Sossai, con una forza silenziosa: otto statuette su sedici nomination, un bottino che pochi outsider riescono a centrare.

Tra acconciature, canzoni e un premio speciale a Bozzetto

La cerimonia, condotta da un mattatore come Pino Insinna, ha distribuito riconoscimenti un po’ a tutto il settore. A Matilda De Angelis è andato il David come miglior attrice non protagonista per *Fuori*, mentre Aurora Quattrocchi – per *Gioia mia*, anche miglior esordio alla regia di Margherita Spampinato – si è aggiudicata quella da protagonista. Tra i non protagonisti maschili ha vinto Lino Musella per *Nonostante*. E poi ci sono le curiosità che spesso raccontano il cinema meglio di molte analisi: miglior canzone originale è «Ti» dei KRANO (Marco Spigariol) dallo stesso *Le città di pianura*; migliore acconciatura a Marta Iacoponi per *Primavera* di Damiano Michieletto. Bruno Bozzetto ha ricevuto un David speciale, Vittorio Storaro il premio Cinecittà, e Gianni Amelio il David alla carriera. Per il film internazionale, ha vinto *Una battaglia dopo l’altra* di Paul Thomas Anderson, mentre il documentario su Roberto Rossellini – firmato da Ilaria de Laurentiis, Raffaele Brunetti e Andrea Paolo Massara – ha portato a casa una statuetta. Lo sguardo, insomma, è rimasto a lungo su storie italiane, anche piccole, purché ben raccontate. Come ha detto lo stesso Romano nel ringraziare: il Paese, ecco, ha bisogno di qualcuno che lo racconti.

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