Groenlandia, l'accordo che riporta gli Usa a Narsarsuaq: cosa cambia davvero per la base artica

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Gli Stati Uniti si preparano a riaprire una base militare a Narsarsuaq, nel sud della Groenlandia, nell'ambito dell'intesa sulla sicurezza artica che Danimarca, Groenlandia e Washington firmano oggi a New York, a margine dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite. L'agenzia Reuters, citando fonti dell'amministrazione Trump, riferisce che il piano prevede il ripristino dell'installazione chiusa negli anni Cinquanta e l'apertura di un secondo sito sulla costa orientale, a Mestersvig, dove opera il corpo danese di pattugliamento con slitte trainate da cani.

Narsarsuaq non è un nome nuovo per il dispositivo militare americano. La base, costruita durante la Seconda guerra mondiale con la denominazione Bluie West One, servì come scalo per i bombardieri a lungo raggio diretti in Europa e rimase operativa fino al 1958, quando Washington la cedette a Copenaghen. Da allora l'aeroporto è stato convertito in scalo civile e l'insediamento circostante si è spopolato fino a contare poche decine di residenti.

La riapertura segnerebbe il ritorno di una presenza americana stabile in una zona dell'isola che era rimasta ai margini della geopolitica artica per oltre sessant'anni.

L'accordo che verrà firmato poggia su un impianto normativo di lunga durata. Il patto di difesa del 1951, aggiornato nel 2004, consente già a Washington di aumentare le truppe e le installazioni militari sull'isola, a condizione che Danimarca e Groenlandia vengano informate in anticipo. La base di Pituffik, situata nel nord-ovest, è oggi l'unica installazione americana attiva in Groenlandia, con circa 150 militari impiegati nel monitoraggio spaziale e nella difesa antimissilistica.

Durante la Guerra fredda gli Stati Uniti arrivarono a gestire diciassette siti sull'isola, con oltre diecimila uomini di stanza.

Nella comunità di Narsarsuaq l'annuncio ha suscitato preoccupazione. Ole Guldager, che gestisce il museo locale, ha dichiarato all'emittente danese DR che le case sorgono a ridosso della pista e che un insediamento militare permanente finirebbe per ridurre gli spazi per i residenti. «Immaginare che possiamo vivere qui insieme agli americani, non credo che sarà il caso», ha detto Guldager, aggiungendo che la sfiducia verso l'amministrazione americana è alimentata da anni di dichiarazioni imprevedibili.

Aqqaluk Lynge, ex presidente del Consiglio circumpolare inuit, ha sottolineato la necessità che l'eventuale base mantenga una componente civile, unica condizione per un rapporto sostenibile con la presenza americana.

Prima ancora che il testo definitivo fosse reso noto, le quotazioni delle società legate alle risorse groenlandesi hanno registrato movimenti eccezionali. Nelle contrattazioni pre-apertura di lunedì, Greenland Energy ha guadagnato oltre il 150 per cento, Greenland Mines ha superato il 70 per cento e Critical Metals ha sfiorato il 30 per cento.

Le tre società operano rispettivamente nei settori dell'energia, delle terre rare e dei minerali critici, comparti che secondo gli analisti beneficerebbero di un quadro geopolitico più stabile e di una maggiore facilità di accesso agli investimenti americani sull'isola.

Il ritorno a Narsarsuaq si inserisce in una storia di presenza militare americana in Groenlandia che ha conosciuto fasi alterne. Oltre alle installazioni operative, il Pentagono costruì negli anni Cinquanta Camp Century, una struttura sotterranea scavata nella calotta glaciale a duecento chilometri dalla costa, ufficialmente destinata alla ricerca scientifica ma in realtà concepita come sito di sperimentazione per il dispiegamento di missili nucleari nell'ambito del progetto Iceworm.

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