Scorta di Ranucci nel mirino delle destre, la presidente dell'Antimafia ne chiede il ridimensionamento

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
INTERNO Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Interno Redazione Interno   -   Le critiche nei confronti del programma di inchiesta Report non bastavano più. Ora, sulla scia delle pressioni politiche che da mesi investono la testata giornalistica di Rai 3, il fuoco di sbarramento delle destre si sposta su un elemento finora considerato intoccabile: la scorta assegnata al conduttore Sigfrido Ranucci.

L’attacco, nelle ultime ore, è stato sferrato da Chiara Colosimo, presidente della Commissione Antimafia e fedelissima di Giorgia Meloni, che in un’intervista a Repubblica ha definito il potenziamento della protezione “nei fatti ormai non più necessario”, aprendo di fatto un nuovo e delicato fronte politico-giudiziario intorno alla figura del giornalista.

L’attentato e il rafforzamento della sicurezza

Il dispositivo di sicurezza era stato significativamente rinforzato dopo quanto accaduto nella notte del 16 ottobre 2025, quando un ordigno era stato fatto esplodere dinanzi all’abitazione di Ranucci. Un episodio che aveva scosso profondamente il mondo dell’informazione e che aveva portato la Procura di Roma a ipotizzare una regia precisa dietro l’atto intimidatorio. Secondo gli inquirenti, a commissionare l’attentato – all’insaputa del giornalista – sarebbe stato l’ex editore Valter Lavitola, attualmente detenuto nel carcere di Rebibbia.

In quella fase investigativa, le istituzioni avevano ritenuto opportuno potenziare le misure di protezione per il conduttore, inquadrandolo formalmente come vittima e non come indagato. E proprio su questo punto, a distanza di molti mesi, si inserisce la presa di posizione della presidente dell’Antimafia, che mette in discussione la persistente necessità di quella scorta.

La posizione della magistratura e il ruolo di Ranucci

Va ribadito, per chiarezza espositiva, che fino a oggi la magistratura non ha formulato alcuna accusa formale nei confronti del conduttore di Report. Ranucci resta parte offesa nell’inchiesta che ruota attorno all’attentato dinamitardo, e il Gip, nelle sue valutazioni, ha escluso l’esistenza di elementi concreti che possano dimostrare un accordo o una complicità tra il giornalista e Valter Lavitola riguardo alla collocazione dell’ordigno.

Le intercettazioni e le telefonate successive all’esplosione, in particolare quelle in cui Ranucci manifesta irritazione per l’avvio delle indagini nei confronti dell’amico, non hanno finora fornito agli inquirenti riscontri utili a modificare lo status giuridico del giornalista, descritto dalle carte processuali come vittima di una manipolazione.

Da parte sua, Lavitola, che pare avesse messo in conto possibili ripercussioni, si trovava già in una fase di crescente pressione investigativa: il 5 luglio scorso era stato perquisito dai carabinieri del Nucleo investigativo e, come emerge da alcune comunicazioni private, era consapevole dell’eventualità di un arresto imminente, circostanza che si è poi puntualmente verificata.

Le rivelazioni dei legali di Lavitola

Proprio la difesa del faccendiere, con una mossa che ha assunto i contorni di un evento mediatico, ha deciso di gettare ulteriore benzina sul fuoco alimentando una narrazione destinata a confondere i piani tra vittima e carnefice. Gli avvocati Sergio e Arturo Cola, dopo un colloquio con il loro assistito lo scorso lunedì a Rebibbia, hanno sostenuto in conferenza stampa che Lavitola avrebbe messo in guardia Ranucci sul rischio di un attentato già prima del 16 ottobre, in particolare durante un incontro avvenuto il 7 settembre, un mese e mezzo prima della bomba.

Con questa premessa, i legali hanno lasciato intendere che il conduttore potesse aver sospettato e poi compreso il ruolo dell’amico nell’organizzazione del blitz, provando di fatto a scardinare la posizione di parte lesa del giornalista per delegittimarne le successive richieste di sicurezza.

Una tesi, quella dei difensori, che però al momento non ha trovato alcuna conferma nei fascicoli processuali e che si scontra con la ricostruzione della Procura, secondo cui Lavitola avrebbe agito in autonomia, servendosi della sua amicizia con Ranucci come elemento di disturbo per depistare gli inquirenti.

Il nuovo fronte politico e le implicazioni per l’informazione

La richiesta di ridimensionamento della scorta, avanzata con toni netti dalla presidente Colosimo, rappresenta un atto politico di notevole peso, che si inserisce in un clima di tensione già rovente tra il governo e il servizio pubblico radiotelevisivo. Le polemiche nei confronti di Report, alimentate da mesi da esponenti di Fratelli d’Italia e della maggioranza, sembrano trovare proprio nella sicurezza di Ranucci un nuovo e insidioso terreno di scontro.

La critica al potenziamento della protezione, sebbene presentata come una valutazione di opportunità sull'impiego di risorse statali, finisce per mettere in discussione la percezione stessa di un giornalista che la magistratura ha sempre descritto come esposto a un pericolo concreto e diretto.

Il dibattito, in queste ore, si sposta così sull’equilibrio, sempre delicato, tra le legittime prerogative del controllo politico sull’operato delle istituzioni e la salvaguardia dell’incolumità di chi svolge un mestiere a rischio, come quello del cronista d’inchiesta, in un contesto in cui le minacce e le intimidazioni assumono purtroppo forme sempre più evolute e insidiose.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.