L’industria italiana chiude il 2025 tra lo 0,2 per cento di calo e il recupero dell’ultimo trimestre: tessile e chimica nei guai, tengono i farmaceutici
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Redazione Economia
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Il 2025 si aggiunge, per l’industria italiana, a una serie che comincia a pesare come un macigno: terzo anno consecutivo con il segno meno, sebbene il dato definitivo diffuso dall’Istat parli di una flessione contenuta allo 0,2 per cento, una contrazione comunque inferiore rispetto ai cali a doppia cifra del biennio precedente -3-5. L’indice nazionale, depurato dagli effetti di calendario, fotografa un sistema manifatturiero che arranca senza mai riuscire a ingranare una ripresa strutturale, e la fotografia mensile di dicembre – ultimo scatto disponibile – restituisce l’immagine di un paese che, seppur in lieve miglioramento rispetto all’autunno, continua a viaggiare a due velocità. Il dato congiunturale dell’ultimo mese del 2025, quello che registra lo 0,4 per cento in meno rispetto a novembre, viene infatti interpretato dagli analisti come una correzione tecnica dopo il rimbalzo dell’1,5 per cento registrato a novembre, e non come un’inversione del timidissimo trend positivo emerso nel quarto trimestre -5. Sono proprio i tre mesi finali dell’anno, va detto, a offrire l’unico segnale di speranza per un comparto che da trentasei mesi non vedeva una crescita trimestrale dello 0,9 per cento, dato che acquisisce ancor più valore se si considera la forte discesa subìta ad agosto, quando la produzione era crollata del 2,4 per cento su base mensile -7-3.
L’andamento differenziato dei comparti e il peso della filiera lunga
A osservare i macro-settori emergono divergenze che, più che raccontare di una crisi omogenea, descrivono una mutazione della domanda e delle politiche industriali, nonché – verosimilmente – una gerarchia diversa nelle strategie di investimento delle imprese. I beni strumentali, quelli che alimentano la capacità produttiva di altre fabbriche, crescono a dicembre del 7,2 per cento su base annua, un incremento robusto che si aggiunge al già positivo dato dei beni intermedi, in rialzo del 2,9 per cento -3. L’energia, dal canto suo, segna un +1,7 per cento. I beni di consumo, invece, arrancano: a dicembre l’aumento tendenziale è solo dello 0,1 per cento, ma il dato che preoccupa maggiormente è quello congiunturale, che segna un calo secco dello 0,9 per cento rispetto a novembre -3. Significa che gli italiani, probabilmente, hanno ridotto ulteriormente gli acquisti di beni durevoli e semidurevoli, e che le scorte – nelle fabbriche di mobili, elettrodomestici, abbigliamento – continuano a giacere invendute.
A soffrire di più, in questa fase, sono due comparti strategici e per certi versi simbolici: il tessile-abbigliamento e la chimica. Il primo, che ha rappresentato per decenni l’eccellenza del made in Italy nel mondo, registra un calo tendenziale del 3,4 per cento, mentre la chimica arretra del 3,6 per cento -3. È una contrazione che, incrociando i dati di ottobre, si rivela persistente: già a ottobre, secondo le rilevazioni Istat, la chimica aveva fatto registrare un -6,6 per cento su base annua, e il tessile un -5 per cento -4-7. Un’emorragia lenta ma costante, che non accenna a fermarsi e che interessa intere filiere: dalla produzione di fibre sintetiche ai semilavorati per l’abbigliamento, passando per la chimica di base, quella che fornisce materie prime a decine di altri settori manifatturieri.
Il fatturato industriale e il riflesso della debolezza estera
Se la produzione misura ciò che esce dalle fabbriche, il fatturato fotografa ciò che entra in cassa, e il dato di ottobre – l’ultimo disponibile – descrive un quadro altrettanto complesso. Il valore delle vendite, al netto della stagionalità, cala dello 0,5 per cento rispetto a settembre, e la flessione è più marcata sui mercati esteri che su quello interno -2-8. L’export industriale, infatti, segna un -1,3 per cento in valore e un -1,0 per cento in volume, segno che la domanda internazionale – trainata tradizionalmente da Germania, Francia e Stati Uniti – sta rallentando, e che le imprese italiane faticano a mantenere quote di mercato -2. E qui si innesta un elemento geopolitico non trascurabile: la rielezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, con il suo corollario di possibili dazi e di politiche commerciali aggressive, rappresenta una variabile che gli industriali italiani, già provati dal caro-energia e dall’inflazione, non possono ignorare. L’industria meccanica, ad esempio, esporta oltre Atlantico macchinari e beni strumentali per miliardi di euro, e un inasprimento delle barriere doganali rischierebbe di vanificare il pur modesto recupero del quarto trimestre.
A sostenere il fatturato, in questo autunno del 2025, sono quasi esclusivamente i beni di consumo, che crescono dello 0,5 per cento su base mensile, mentre i beni intermedi, i beni strumentali e l’energia registrano tutti flessioni congiunturali comprese tra lo 0,3 e il 2,4 per cento -2. Un segnale, questo, che il traino della domanda interna, per quanto debole, continua a esserci, ma che il sistema industriale nel suo complesso non riesce a trasformare la domanda in programmazione di medio periodo.
I settori che resistono e quelli che crollano: il paradosso dell’auto
Se la chimica e il tessile rappresentano i punti dolenti del manifatturiero italiano, ci sono comparti che, al contrario, mostrano una tenuta persino superiore alle attese. La farmaceutica, ad esempio, vola: a dicembre l’incremento tendenziale è stato del 23,8 per cento, e il settore – ormai stabilmente tra i primi in Europa per capacità produttiva – continua a macinare utili e occupazione -3. Anche la metallurgia tiene, con un +7,4 per cento, e le altre industrie manifatturiere – un calderone che include gomma, plastica e minerali non metalliferi – segnano un +9,3 per cento -3.
Tutt’altra musica per l’automotive, settore che più di ogni altro ha subìto la transizione tecnologica e l’incertezza normativa. Qui il dato cumulato del 2025 è drammatico: secondo l’Anfia, la produzione di autoveicoli è calata del 19,8 per cento rispetto al 2024, un tonfo che ha portato il totale annuo a 238mila vetture, numeri che non si vedevano dagli anni Cinquanta -1. Eppure, anche in questo deserto spunta un’oasi: a dicembre, complice il confronto con un dicembre 2024 disastroso, la produzione mensile di autovetture è schizzata del 104,3 per cento, e l’indice generale dell’automotive ha segnato un +13,5 per cento su base annua -1. Un recupero tecnico, spiegano gli analisti, dovuto al lancio di alcuni nuovi modelli e alla riorganizzazione di alcune linee produttive, ma che non compensa la perdita secca di quasi un quinto della produzione annua. Le case automobilistiche, del resto, continuano a ridurre i volumi e a dirottare investimenti altrove, e le sigle sindacali – che già a dicembre avevano proclamato lo sciopero generale – denunciano l’assenza di una strategia nazionale in grado di governare la transizione -6.




