Transizione 5.0, l'esaurimento dei fondi mette in crisi anche i professionisti

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   La chiusura anticipata di "Transizione 5.0", decretata dal ministero delle Imprese e del made in Italy a causa dell'esaurimento delle risorse, non agita soltanto le aziende che contavano sulle agevolazioni per finanziare gli investimenti green, ma scuote profondamente anche quella fetta, spesso non visibile al grande pubblico, dei professionisti incaricati di certificare i requisiti d'accesso. Questi tecnici, il cui lavoro costituiva un tassello fondamentale per l'accesso ai benefici, si trovano ora a dover fronteggiare un panorama di incertezza, con impegni già assunti e prospettive di lavoro che, da un giorno all'altro, sono venute meno. Un intero indotto, che ruotava attorno alla misura governativa, viene così investito da un'onda d'urto inattesa, la quale rischia di lasciarsi dietro non solo progetti incompiuti ma anche un danno economico diffuso.

Un'altra doccia fredda per il sistema produttivo

Se la notizia sulla chiusura di Transizione 5.0 aveva già gettato nello sconcerto il mondo imprenditoriale, a questa se n'è aggiunta quasi immediatamente un'altra, che non ha fatto che acuire il malcontento. Secondo i dati forniti dal Gestore dei Servizi Energetici, infatti, risulterebbe esaurito anche il plafond da 2,2 miliardi di euro dedicato alla misura Transizione 4.0. Una doppia battuta d'arresto, questa, che priva le imprese di strumenti ritenuti cruciali per l'innovazione e la riconversione dei propri asset produttivi. "Dopo la doccia fredda ricevuta lo scorso venerdì sull'esaurimento delle risorse di Transizione 5.0, registriamo anche il veloce esaurimento dei fondi messi a disposizione sul credito d'imposta beni strumentali 4.0, con fermo disappunto da parte nostra e delle imprese associate", ha dichiarato il presidente di Confindustria Brescia, Paolo Streparava, fotografando uno stato d'animo che, verosimilmente, attraversa l'intero tessuto industriale nazionale.

Le giustificazioni del governo e le reazioni in parlamento

Durante un question time alla Camera dei Deputati, il ministro Adolfo Urso è stato chiamato a rispondere dalle opposizioni, che attraverso le interrogazioni di Maria Elena Boschi e Emma Pavanelli hanno evidenziato la grave situazione creatasi per le imprese a seguito della chiusura anticipata del 7 novembre. Il ministro, da parte sua, ha definito la misura "popolare e di successo", giustificando il taglio come una scelta inevitabile per non perdere le risorse del Pnrr. Le prenotazioni, stando ai dati del Mimit aggiornati a metà novembre, avevano infatti già raggiunto la cifra di 3,4 miliardi, superando di gran lunga i 620 milioni inizialmente stanziati. Urso, nonostante le polemiche, ha assicurato l'impegno del governo a "soddisfare le esigenze di tutte le imprese", una promessa che suona però come un tentativo di placare le acque in un mare già estremamente agitato.

Le ripercussioni sul territorio e il caso veneto

Le ripercussioni di questa improvvisa sterzata si misurano anche a livello territoriale, dove le adesioni alla misura erano state particolarmente consistenti. In Veneto, ad esempio, Transizione 5.0 era diventata croce e delizia per un numero considerevole di imprenditori, i quali si erano lanciati in progetti d'investimento fidando sulla disponibilità dei fondi. L'entusiasmo iniziale, che aveva portato a un'adesione massiccia, si è ora trasformato in apprensione, poiché il recente taglio rende materialmente impossibile finanziare tutte le richieste pervenute. La situazione, di per sé complessa, è stata ulteriormente complicata da uno scontro verbale tra il ministro Urso e la presidente di Confindustria Venetocentro, la quale era stata criticata pubblicamente per una presunta non conoscenza dei propri associati.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.