L’unica data italiana degli Suede, tra alti e bassi vocali, al Fabrique di Milano
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Arrivano in Italia gli Suede e, questa sera, 27 marzo, si esibiscono per l’unico concerto italiano del loro tour al Fabrique di Milano. I giganti della musica indipendente britannica, che lo scorso 5 settembre hanno pubblicato l’attesissimo decimo album in studio, “Antidepressants”, tornano così a calcare un palco italiano in un momento particolare del loro percorso live. Il tour, battezzato “Dancing with the Europeans” – Titolo che riprende uno dei singoli del nuovo disco, ampiamente acclamato dalla critica – ha infatti fatto registrare, nelle date spagnole che hanno preceduto l’arrivo a Milano, qualche segnale di affaticamento per il frontman Brett Anderson.
Un affaticamento vocale che ha messo a dura prova la scaletta
La settimana scorsa, nel corso del ciclo di concerti in Spagna, la voce di Anderson ha mostrato i segni di una probabile indisposizione: a Valencia, la band è stata costretta a ridurre la scaletta al minimo, un inconveniente che aveva sollevato qualche preoccupazione tra i fan in attesa dell’unica data italiana. Eppure, ieri sera al Fabrique di Milano, gremito in ogni ordine di posto, il cantante ha offerto una prova di sostanza, quasi stoica, riuscendo a sovvertire le attese di chi temeva una replica ridimensionata. L’impresa, quella di tenere saldamente le redini di uno show che si è snodato attraverso i classici della band e i brani più recenti, è parsa tanto più notevole se si considera il contesto di affaticamento da cui Anderson proveniva.
Brett Anderson, abbracci e dubbi: carne ed ossa sul palco
Durante la serata, a un certo punto, il cantante è sceso dal palco per lasciarsi abbracciare dalla folla: un gesto che, in molti, ha fatto sorgere un interrogativo fugace ma eloquente sulla natura della sua presenza scenica. Era proprio lui o, visto il tour e le energie spese, ci si trovava di fronte a un sofisticato ologramma? A dissipare ogni dubbio ci ha pensato la fisicità dell’interazione: Brett Anderson era lì in carne ed ossa, lui e i suoi Suede, a dimostrare che, dopo la stagione d’oro degli anni Novanta, la forma dell’eccentrico cantante – considerato, insieme a Jarvis Cocker, uno dei migliori frontman della generazione britpop – si è mantenuta sorprendentemente vitale. Il concerto, del resto, non era pensato come un’esibizione qualsiasi: “È una notte per cantare insieme”, ha detto Anderson in una delle pochissime incursioni verbali di tutta la serata, riassumendo il senso di una performance investita quasi interamente dalla potenza della band.
Pochi interventi parlati, tanta potenza sonora
Il resto del tempo, sul palco del Fabrique, è stato dominato dalla musica: i pezzi si sono susseguiti uno dietro l’altro, con pochi spazi per il fiato, in una successione che ha messo in risalto la coesione della band. Il pubblico, accorso numeroso per l’unica tappa italiana, ha risposto con un’adesione corale che sembrava voler compensare le difficoltà dei concerti precedenti. Non c’è stato spazio, in questa cornice, per lunghe presentazioni o per svolazzi retorici: la scaletta, pur nella necessità di gestire le energie del cantante, ha tenuto fede alla ricchezza del repertorio, spaziando dai classici che hanno segnato la storia del britpop ai brani più recenti tratti da “Antidepressants”. L’album, uscito lo scorso settembre, era già stato accolto con favore sia dal pubblico sia dalla critica, e ieri sera i suoi innesti hanno trovato una collocazione naturale all’interno di un concerto che aveva il sapore di una conferma.
Una conferma di presenza, non solo un ritorno
L’impresa che Brett Anderson ha portato a termine ieri sera, in un Fabrique sold out, è stata descrivibile solo in termini di resistenza: quella di un artista che, nel pieno di un tour europeo e dopo un ciclo di date complesse, ha preso il palco senza lasciare trasparire se non la determinazione di chi sa che ogni serata può fare la differenza. Gli Suede, padri riconosciuti del Britpop anni Novanta – pur con la consapevolezza di collocarsi, nella gerarchia storica, un gradino sotto Oasis e Blur – hanno dimostrato che la loro presenza sulla scena non è mai stata solo una questione di nostalgia. La festa, per usare la definizione che Anderson stesso ha voluto dare alla serata, è stata bella e sorprendente proprio perché capace di fondere la fisicità di un’esibizione dal vivo con una selezione musicale che non concedeva sconti. E mentre la folla abbracciava il cantante, per un istante, ogni dubbio sulla natura di quell’apparizione è svanito: non c’era bisogno di ologrammi quando la sostanza, la voce e la presenza scenica parlavano già da sole.




